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lundi 7 octobre 2013

Borse

Lo spettro del default Usa frena la Borse.
Milano scatta nel finale e chiude in rialzo

Negli Stati Uniti continua la paralisi politica che ha già causato lo shutdown di diverse attività nazionali: per evitare il fallimento restano 10 giorni, ma Repubblicani e Democratici sono fermi sulle loro posizioni. Buffett: "E' una bomba atomica". Piazza Affari in controtendenza, lo spread stabile sotto 250 punti con rendimento al 4,3%

di GIULIANO BALESTRERI

MILANO - Gli Stati Uniti zavorrano le Borse mondiali, ma Piazza Affari riesce con un colpo di coda a chiudere in controtendenza con un rialzo dello 0,7%. Mentre la Banca mondiale taglia le stime di crescita per quest'anno e il prossimo in Cina e nella maggior parte dei paesi emergenti asiatici, è iniziato il conto alla rovescia per scongiurare il default degli Usa: ancora 10 giorni e senza un accordo sul tetto del debito, Washington non sarà più in grado di pagare gli interessi. Peggio, il governo rischia di finire la liquidità in pochi giorni. "Un bomba atomica con conseguenza neppure immaginabili" ha detto Warren Buffett pochi giorni fa, mentre gli analisti temono un effetto "devastante" sui tutti i mercati mondiali, "peggio del crack di Lehman Brothers" secondo gli addetti ai lavori.

Eppure dopo lo shutdown, la paralisi che da una settimana sta bloccando le attività statali americane per mancanza di fondi (foto), non ha spinto Democratici e Repubblicani a trovare un accordo con le accuse che vengono rimpallata da una parte all'altra: "Il credito della nazione è a rischio a causa del rifiuto dell'amministrazione di sedersi e discutere". ha detto lo speaker repubblicano alla Camera, John Boehner in un'intervista alla Abc. Due anni fa fu trovato un accordo in extremis, ma da allora non sono più stati fatti passi avanti per mettere in sicurezza i conti americani e così a marzo sono scattati i sequester, i tagli automatici alla spesa pubblica prevista dalla legge che frenano la già fragile riprese americana. Protesta la Cina che detiene oltre 1.200 miliardi di dollari di debito americano e vuole "garanzie di stabilità" per i propri investimenti negli Stati Uniti.

In questo contesto le Borse europee chiudono deboli, ma Piazza Affari allunga a un'ora dal termine delle contrattazioni grazie alle banche e il Ftse Mib segna il +0,66% finale. Gli altri principali listini del Vecchio continente chiudono invece deboli: Londra arretra dello 0,26%, Francoforte cede lo 0,36% e la sola Parigi riesce a tornare sulla pari (+0,03%). In ribasso Wall Street: mentre in Europa terminano gli scambi il Dow Jones cede lo 0,65%, in linea con il Nasdaq e l'S&P 500.

Tra i singoli titoli della Borsa italiana si registra la performance positiva, oltre a World Duty Free, di Mps, nel giorno del cda chimato ad approvare il piano di ristrutturazione. Bene anche Finmeccanica, dopo il passaggio di Ansaldo Energia al Fondo strategico della Cdp, mentre soffrono ExorCampari e Telecom, sulla quale pesa sempre il rischio downgrade.

Giornata interlocutoria sul mercato dei cambi, con l'euro che chiude la seduta stabile a 1,3561 dollari e 131,60 yen. Fa meno paura, invece, l'Italia dove il governo Letta è rinvigorito dopo aver incassato la settimana scorsa un doppio voto di fiducia. Si registra comunque un leggero rialzo per lo spread, la differenza di rendimento tra Btp e Bund, che si colloca a 248 punti base, per un rendimento dei titoli di Stato italiani vicino al 4,3%.

In mattinata, intanto, la Borsa di Tokyo ha archiviato il quarto ribasso consecutivo piombando ai nuovi minimi da un mese per le ripercussioni del perdurante shutdown Usa: l'apprezzamento dello yen penalizza i settori dell'economia nipponica maggiormente esposti sul fronte dell'export. In chiusura l'indice Nikkei dei 225 titoli-guida ha perso dunque 170,99 punti pari all'1,22% ed è sceso a quota 13.853,32, la più bassa dal 6 settembre scorso: e in precedenza aveva pur brevemente toccato quota 13.841,93. Male oggi anche il Topix relativo all'intero listino, che a sua volta ha ceduto 16,24 punti pari all'1,40% per attestarsi infine a quota 1.147,58.

Sul fronte delle materie prime, l'oro è in ripresa sulle attese di un protrarsi dell'intervento di stimolo all'economia da parte della Federal Reserve negli Stati Uniti per evitare le conseguenze della paralisi statale causata dal mancato accordo sul bilancio. Il metallo con consegna immediata, alla chiusura dei mercati europei, recupera quasi un punto percentuale sopra quota 1.320 dollari l'oncia; da inizio anno i timori di un ritiro degli stimoli all'economia avevano fatto crollare le quotazioni del lingotto del 22%. Il prezzo del petrolio, invece, è in calo ma il Wti resta sopra 103 dollari al barile.
(07 ottobre 2013)

n calo ma il Wti resta sopra 103 dollari al barile.

(07 ottobre 2013)

vendredi 27 septembre 2013

Tope Fiscal

Si avvicina il giorno del default Usa
Obama: "Congresso irresponsabile"

Secondo il segretario al Tesoro Usa Jacob Lew il governo non sarà più in grado di onorare gli interessi sul debito già dal 17 ottobre. Attesa volatilità sulla Borsa, anche se per Cmc Markets l'incertezza non dovrebbe innescare pesanti ribassi per l'equity europea

di CARLOTTA SCOZZARI

MILANO - Negli Stati Uniti, sale la tensione sul debito. Nei giorni scorsi, proprio mentre al Congresso si sono intensificati gli sforzi per trovare un accordo per alzare il tetto, il segretario al Tesoro Usa Jacob Lew ha ricordato che il governo non sarà più in grado di onorare gli interessi sul debito già dal 17 ottobre, giorno per il quale potrebbe così materializzarsi lo spettro di un default a stelle e strisce. "Il Congresso - ha detto giovedì 26 settembre il presidente Barack Obama - non può minacciare la fiducia e il credito americano con il budget e il debito". Il Congresso, dove nei giorni scorsi si è registrata più di una tensione tra Democratici e Repubblicani sulla questione dell'innalzamento del tetto del debito, a detta di Obama, "è irresponsabile a minacciare il default".

Insomma, non è escluso che possa andare di nuovo in scena il copione già visto nel 2011, quando i due rami del Congresso Usa, dopo un lungo braccio di ferro, riuscirono a raggiungere soltanto in extremis un accordo sull'aumento del tetto del debito ("debt ceiling"). Allora, il compromesso si trovò il primo agosto, quando il default era stato ipotizzato per il giorno successivo. Non a caso, sempre nei giorni scorsi, il segretario al Tesoro Lew ha messo in guardia che se si ripetesse quanto già accaduto poco più di due anni fa l'economia ne uscirebbe molto danneggiata e i risultati potrebbero essere "catastrofici".

"Ancora una volta - fa notare Michael Hewson, senior market analyst di Cmc Markets - sembra che la politica sia tornata a determinare la direzionalità dei mercati finanziari e come in un dejà vu il nastro si riavvolge fino a tornare ai mesi estivi del 2011, quando ci eravamo lasciati con il Congresso americano alle prese con il dilemma del debt ceiling e del suo possibile aggiustamento. E come allora - aggiunge Hewson - l'effetto di questa incertezza non può che contribuire al nervosismo degli investitori, già palese il 25 settembre alla quinta seduta consecutiva al ribasso di Wall Street (che ha così chiuso il gap rialzista formatosi a seguito della rinuncia di Larry Summers allo scranno della Fed) e delle agenzie di rating con Moody's, che non perde tempo ad avvertire come una ulteriore drastica riduzione della spesa pubblica (government shutdown) verrebbe inevitabilmente considerata un evento negativo che potrebbe comportare riduzione del merito di credito".

Tuttavia, concede l'analista di Cmc Markets, "per quanto questa incertezza non possa essere incoraggiante per le Borse europee, certamente non è un evento in grado di innescare un pesante ribasso". In ogni caso, a detta degli esperti, in attesa che la questione del tetto del debito possa essere risolta, i mercati finanziari, e soprattutto quelli azionari, potrebbero attraversare una fase di forte volatilità.
(27 settembre 2013)

lundi 12 août 2013

Participaciòn en Bolsa



Aux États-Unis, les introductions repartent

Wall Street Struggles To Gain Back Ground After Major Losses
La bourse de New York. Crédit Photo : SPENCER PLATT/AFP
INFOGRAPHIE - Au deuxième trimestre 2013, les fonds levés aux États-Unis via les introductions en Bourse se sont envolés de 40% par rapport au premier trimestre, à 12 milliards de dollars, selon une étude de Ernst & Young.
L’opération sera emblématique. Six ans après son rachat par le fonds d’investissement Blackstone, la chaîne d’hôtels de luxe Hilton redeviendra une société cotée au début de l’année prochaine.
L’introduction en Bourse est rendue possible par la solidité du groupe hôtelier mais également la bonne orientation des indices boursiers. Depuis le début de l’année, le S & P 500, qui rassemble les plus importantes sociétés américaines, a progressé de plus de 18 %. Un niveau suffisant pour susciter des envies de Bourse. Surtout de la part des fonds d’investissement, qui doivent aujourd’hui trouver des portes de sortie pour les entreprises acquises dans les mois précédents la crise financière en 2007.

Un pic depuis 2007

Les chiffres montrent ce regain de dynamisme. Au deuxième trimestre 2013, les fonds levés aux États-Unis via les introductions en Bourse se sont envolés de 40 % par rapport au premier trimestre, à 12 milliards de dollars, selon une étude de Ernst & Young. Et la tendance va se poursuivre. Le cabinet spécialisé Dealogic estime ainsi que, depuis le début du mois de juillet, 28 entreprises se sont introduites à New York levant 5,2 milliards de dollars, ce qui constitue le niveau le plus élevé depuis 2007.
Parmi ces opérations de l’été, la plus importante a été effectuée par l’équipementier pétrolier Frank’s International, qui a été chercher 760 millions de dollars d’argent frais auprès des investisseurs. Le secteur de l’énergie d’ailleurs est particulièrement représenté dans les grosses opérations: cinq des dix plus importantes introductions en faisaient partie. Autre secteur en pointe: les foncières, avec American Homes 4 Rent ou Rexford Industrial Realty. Elles profitent du renouveau de l’immobilier outre-Atlantique.
Dans cet environnement dynamique, l’Europe reste à la traîne. Seuls deux ­milliards de dollars ont été levés au deuxième trimestre sur le Vieux Continent. Et la France est particulièrement mal lotie. Plusieurs projets sont en préparation, notamment Numericable ou Blue Solutions, l’activité de stockage d’énergie de Bolloré, mais le début de l’année a été particulièrement pauvre. Une société française d’une taille importante s’est bien introduite en Bourse: mais Constellium, l’un des principaux fabricants mondiaux de profilés en aluminium pour l’aéronautique, a choisi… New York.

vendredi 3 mai 2013



Le chômage baisse aux États-Unis 

    • Publié 

Des demandeurs d'emploi à Albany, capitale de l'État de New York.
Des demandeurs d'emploi à Albany, capitale de l'État de New York. Crédits photo : Mike Groll/AP
À 7,5%, le chômage est au plus bas depuis quatre ans mais d'autres indices mensuels restent négatifs.
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La surprise est doublement bonne. Non seulement l'économie américaine a créé plus d'emplois que prévu en avril, mais en outre les estimations des deux mois précédents sont révisées très favorablement. Au final, 165.000 postes ont été créés le mois dernier, tous secteurs confondus aux États-Unis et 50.000 supplémentaires sont ajoutés aux statistiques de mars. De surcroît, les bons chiffres de février se révèlent carrément excellents: ils sont eux aussi révisés pour afficher 332.000 créations d'emplois. Du jamais vu depuis mai 2010.
Pour couronner ces bonnes nouvelles, le chômage chute à nouveau. En revenant à 7,5%, le voici au plus bas depuis quatre ans. Contrairement à ce qui avait été observé initialement pour le mois de mars, ce recul du chômage reflète plutôt une accélération de l'embauche, et non pas un découragement des demandeurs d'emploi. «L'idée que l'emploi se tienne aussi bien face aux vents contraires créés par les économies budgétaires est un signe très positif», estime Russell Price, économiste auprès d'Ameriprise Financial Services. Certains économistes vont du reste réviser à la hausse leurs estimations de la croissance, pour tenir compte de la surprenante vigueur de l'embauche.

Inquiétudes persistantes

L'étonnement est d'autant plus fort que plusieurs déceptions ont ces derniers jours donné l'impression que la conjoncture ralentissait dangereusement. Selon l'indice ISM publié mercredi, l'activité manufacturière en avril est en effet retombée à son rythme le plus faible depuis janvier. Le même jour, on apprenait que les dépenses de construction en mars ont reculé, contre toute attente. Par ailleurs, les dépenses des consommateurs américains en mars n'ont grimpé que de 0,2%, ce qui marque leur progrès le plus maigre depuis trois mois. Enfin, on apprenait vendredi que l'activité dans le secteur dominant des services avait encore ralenti en avril, et ce pour le deuxième mois consécutif. Cet indice est tombé au plus bas depuis neuf mois.
Les bons chiffres de l'emploi annoncés vendredi matin ne suffisent donc pas à effacer des faiblesses qui inquiètent la Réserve fédérale. Cette dernière, mercredi, sans avoir eu encore connaissance de ces nouvelles de la santé du marché du travail, soulignait par exemple que les réductions automatiques de dépenses publiques pesaient sur la demande.
La récession en Europe affecte aussi les exportations américaines et donc par conséquent la croissance aux États-Unis. Autant d'éléments qui vont inciter la Fed à maintenir ses mesures extraordinairement stimulantes pour l'offre de crédit, le quantitative easing, qui consiste à injecter massivement des liquidités. Pour autant, les pessimistes ont de quoi être ébranlés.
La réaction initiale de Wall Street a d'ailleurs été positive. L'indice S & P 500 a établi un nouveau record dès l'ouverture, alors que le rendement des obligations à 10 ans du Trésor américain remontait vivement à 1,70 %.

vendredi 5 avril 2013




Seulement 88.000 nouveaux emplois créés aux États-Unis en mars

La baisse du taux de chômage aux États-Unis en mars ne trompe guère les économistes
La baisse du taux de chômage aux États-Unis en mars ne trompe guère les économistes
Malgré une baisse du taux de chômage à 7,6% en mars Ó, le nombre de créations de postes est au plus bas depuis juin 2012. Un chiffre décevant qui a fait chuter les marchés boursiers outre-Atlantique et en Europe.
correspondantà Washington,
La baisse du taux de chômage aux États-Unis en mars ne trompe guère les économistes. Une fois de plus le découragement des demandeurs d'emplois explique l'essentiel du recul du taux de chômage à 7, 6%, contre 7, 7% en février. Près de 500.000 Américains ont renoncé à chercher un emploi le mois dernier, et sont sortis des statistiques du chômage.
La déception est d'autant plus grande que les créations nettes d'emplois n'ont été que de 88.000 unités, selon la première estimation du Département du travail. Les experts tablaient sur près de 200.000 postes nouveaux. Le rythme d'embauche le mois dernier est à son plus bas niveau depuis neuf mois.
La bonne nouvelle reste la révision favorable des estimations couvrant les mois de janvier et février. Finalement 61.000 emplois de plus que l'on croyait ont été créés au cours de cette période. Le mois de février, avec ses 268.000 postes nouveaux, se révèle particulièrement solide. Il est possible que les chiffres relativement mauvais de mars soient le reflet d'un mois de février anormalement propice.
L'hémorragie dans le secteur manufacturier et le commerce de détail a repris en mars. Dans les autres services, l'embauche se révèle plus de deux fois moins forte qu'en février. L'emploi temporaire reste bien orienté, ce qui peut augurer d'un rebond de l'embauche à temps plein dans quelques semaines.
Les marchés accusé le coup de ces mauvais chiffres. Wall Street s'est enfoncé dans le rouge, emportant dans son sillage les Bourses européennes. Mais la Réserve fédérale n'est pas prête d'abandonner sa politique monétaire généreuse censée stimuler une conjoncture anormalement fragile.

lundi 1 avril 2013




Attesa per il giudizio dei mercati sull'Italia.
Delude il manifatturiero Usa, Tokyo pesante

L'indice Ism americano frena oltre le aspettative e Wall Street reagisce con gli indici in calo. In mattinata la Borsa del Giappone ha perso oltre due punti. Il viatico non è dei migliori in vista della riapertura delle Borse europee dopo la pausa di Pasqua, con l'Italia osservata speciale

MILANO - Sale l'attesa per il giudizio dei mercati sulle recenti evoluzioni della situazione politica italiana e sulla scelta del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di affidare ai gruppi di "saggi" alcune proposte di legge concrete al Parlamento, mentre di fatto il tema della formazione del governo è rimandato. In vista della riapertura degli scambi di martedì 2 aprile, dopo la pausa pasquale, notizie non proprio incoraggianti arrivano dalle Borse che hanno regolarmente attivato le contrattazioni.

I dubbi maggiori vengono sollevati negli Stati Uniti, dove gli indici hanno passato gli ultimi tempi a ritoccare i record storici. A incrinare questo idillio ci ha pensato il settore manifatturiero, che ha registrato una frenata inattesa. A marzo l'indice Ism (Institute for Supply Management) che traccia l'andamento del settore è sceso a 51,3 punti, dai 54,2 del mese precedente. Gli analisti si attendevano un risultato stabile a 54,2. Il livello si mantiene comunque al di sopra dei 50 punti, che segnano lo spartiacque tra la contrazione o l'espansione, in questo caso del settore manifatturiero. Non a caso - alla pubblicazione della notizia - l'euro si è rafforzato nei confronti del dollaro intorno a quota 1,285. A parziale compensazione della delusione per il manifatturiero è arrivata la spesa per le costruzioni, che sempre negli Usa è rimbalzata a febbraio dell'1,2%, oltre le attese di un +1% e dopo il -2,1% di gennaio.

Quest'ultimo dato non è bastato comunque agli investitori, tanto che gli indici di Wall Street si mantengono in terreno negativo. In mattinata, la Borsa di Tokyo aveva inaugurato il nuovo anno fiscale giapponese con un tonfo del 2,12%. L'attenzione si concentra ora sulla prima riunione esecutiva della Bank of Japan (in calendario il 3 e 4 aprile) guidata dal neo governatore Haruhiko Kuroda. L'indice Nikkei, anche a causa di uno yen in rialzo, ha chiuso la seduta a un passo dai minimi intraday, a quota 12.135,02, con una perdita di 262,89 punti. Nell'esercizio 2012-13, terminato il 31 marzo, i listini azionari nipponici hanno avuto un rialzo del 23%. Il petrolio si muove intanto in calo a New York, dove scende verso 96 dollari al barile.

Quanto all'Italia, per Marco Valli - capo economista dell'area Europa di Unicredit - "l'incertezza sulla formazione del nuovo governo si protrae e questo di per sé non è un fatto positivo per il mercato, anche se la situazione rimane gestibile". A colloquio con l'Ansa, l'economista riconosce che domani "è ipotizzabile che sui mercati ci sia un pò di pressione". "Tuttavia - aggiunge Valli - bisogna ricordare che un governo in carica c'è e può avanzare misure in caso di necessità per cui non ci sono pericoli imminenti ed eventuali emergenze sono gestibili". Inoltre "i nostri titoli di Stato godono della protezione implicita della Bce che ha permesso, anche a fronte di notizie non positive, come quelle legate a Cipro, di mantenere i loro rendimenti a livelli contenuti. Anche dopo l'esito del risultato elettorale, molto deludente per il mercato, i valori dei nostri bond sono rimasti assolutamente sotto controllo".
(01 aprile 2013)


mercredi 13 mars 2013



El presidente se embarca en la búsqueda de un acuerdo sobre el presupuesto

Estados Unidos lleva cuatro años sin aprobar un presupuesto



Una imagen inusual: el coche oficial del presidente Obama, aparcado en el Capitolio. / MANDEL NGAN (AFP)
Se la conoce como la ‘ofensiva del encanto’ y Barack Obama se embarcó en ella con su mejor sonrisa la semana pasada cuando cenó en un conocido hotel de Washington con una docena de senadores republicanos. Al día siguiente, el presidente de EEUU siguió ejercitando su cautivador carisma y comió con Paul Ryan, el hombre que ayer martes presentó la propuesta de presupuesto republicana –y van tres- y que pretende abolir –de nuevo- la reforma sanitaria lograda por el presidente y apodada por los conservadores como ‘Obamacare’.
Tradicionalmente alejado del ruido del Congreso, el presidente recorrerá esta semana varias veces humildemente la distancia que separa la Casa Blanca del Capitolio para lograr sentar las bases de un complicado acuerdo que permita bajar la deuda estadounidense combinando recortes y aumento de ingresos fiscales. Pura táctica de encanto en ejecución.
Cuatro años. Ese es el tiempo que, para sorpresa del planeta, Estados Unidos lleva sin aprobar un presupuesto y ayer por primera vez los senadores demócratas desvelaron al presidente una primera propuesta que recaudaría 1.000 billones de dólares mientras que recortaría la misma cantidad de gastos en un periodo de 10 años. Pero los republicanos no están dispuestos a conceder más aumentos de impuestos, de hecho, en la propuesta presentada ayer por Ryan para equilibrar el presupuesto está el rediseño del sistema tributario, además de cambiar el Medicare –plan de ayuda sanitaria a los mayores- y reformar el sistema de beneficios y subsidios sociales.
Ryan, el hombre que aspiró a la vicepresidencia de EEUU en las pasadas elecciones, es presidente del Comité Presupuestario de la Cámara de Representantes y ayer repitió el mantra de que con su plan el gobierno no gastará más de lo que recibe en impuestos. Pero la Casa Blanca no comulga con su doctrina y el presidente –aún en la táctica del encanto pero contundente en sus posiciones- rechazó la propuesta republicana por considerar que el plan de Ryan no ofrece nada nuevo a lo ofertado el año pasada y dañará a la clase media con nuevas tasas y dejará a salvo de la tijera del fisco a las rentas millonarias.
En una entrevista con la cadena ABC, Obama solo dijo del plan Ryan: “Es la misma ley que presentó antes”. El presidente manifestó que su objetivo no es un presupuesto equilibrado sin más, sino que su plan es que se mantenga “el crecimiento económico y se ponga a la gente a trabajar”. “Para ello”, anunció el presidente, “hay que aumentar los ingresos”.
Si el martes el presidente se reunió en el Capitolio con senadores demócratas, este miércoles se entrevistará con representantes republicanos, que están llamados a ser su hueso más difícil de roer y donde deberá de emplearse a fondo en su táctica del encanto. El jueves, los encuentros serán tanto con senadores republicanos como con representantes demócratas.
Las posiciones públicas siguen siendo las mismas que han causado que EEUU lleve los cuatro años antes mencionados sin aprobar un presupuesto y el problema de fondo se repite una y otra vez, siendo éste la visión irreconciliable de republicanos y demócratas sobre el modelo de sociedad que desean, que está haciendo el país ingobernable.
Pero según informaba ayer Politico, Obama está dispuesto a realizar concesiones en programas sociales y reconoce la necesidad de tocar los programas de Seguridad Social (pensiones) y Medicare.
La Casa Blanca comunicaba ayer a través de su portavoz, Jay Carney, que el presidente Obama presentará su propia propuesta presupuestaria en la segunda semana de abril –muy probablemente el día 8-. La reacción de la oposición no se hizo esperar y criticaron que no se vaya a presentar antes de la tradicional propuesta del Congreso. Mitch McConnell, líder de la minoría republicana en el Senado, informaba que era “la primera vez en 90 años que el presupuesto del presidente llegará después de que la Cámara y el Senado voten sus respectivas propuestas”. Que, además, tienen una alta probabilidad se morirán en ambas cámaras. Pésimo escenario para que triunfe el encanto.

vendredi 8 mars 2013



Estados Unidos registra el mejor dato de paro desde diciembre de 2008

La primera potencia mundial crea 236.000 empleos en el segundo mes del año

El sector privado sigue tirando del mercado laboral con 246.000 nuevos puestos

Un grupo de aspirantes a un empleo, en una feria de trabajo celebrada en Nueva York. /SPENCER PLATT (AFP)
Con Wall Street en un territorio nunca explorado, los inversores confiaban en la publicación de un buen dato de empleo que diera sustento al repunte. Y lo tuvo. Estados Unidos creó en febrero 236.000 empleos netos, muy por encima de lo esperado. Además, la tasa de paro bajó dos décimas, hasta el 7,7%, lo que supone la mejor lectura desde diciembre de 2008. La reacción del mercado fue la de seguir comprando, con los futuros indicando una apertura al alza del parqué neoyorquino e importantes subidas en Europa.
Los analistas anticipaban la creación de 165.000 puestos de trabajo y que el desempleo bajara al 7,8%. Pero incluso si no se hubieran colmado las expectativas, en el parqué se vive un momento en el que hasta lo negativo se acepta porque significa que los estímulos masivos a la economía seguirán activos. De hecho, buena parte del buen comportamiento del Dow Jones se atribuye a la inyección de liquidez de la Reserva Federal.
La solidez del dato cogió por sorpresa. Pero lo que también es cierto es que las empresas siguen esperando por lo general un clima mejor para contratar y eso se ve en el detalle. El crecimiento se estancó en el cuarto trimestre y no se espera que el arranque de 2013 sea mucho mejor. Entrando más en el indicador, el total de parados asciende a 12 millones de personas, 300.000 menos que en enero. De ellos, el 40,2% son de larga duración.

La reconstrucción en las zonas devastadas por el huracán Sandy puede explicar el repunte en la contratación, por lo que no se descarta que el ritmo se modere en marzo. Además, está por ver el efecto del recorte automático del gasto federal en el empleo público. Pero de momento, la creación de empleo en febrero mejora ampliamente los 119.000 empleos nuevos de enero (se revisó a la baja) y los 219.000 de diciembre (se ajustó al alza).La tasa de participación, según los datos que ha publicado el Departamento de Trabajo, bajó una décima, hasta el 63,5%, lo que explica en parte la caída en la tasa de desempleo. Está al nivel de hace 30 años. También siguió sin cambios, en los ocho millones, las personas que se ven forzadas por sus empresas o las condiciones en el mercado laboral a trabajar a tiempo parcial. Y para tener una imagen completa, hay que sumar los 2,6 millones de individuos que no buscan empleo de una manera activa. El índice de subempleo queda así en el 13,3%.
De nuevo, como está siendo la norma en este ciclo de expansión en EE UU, es el sector privado el motor de la creación de empleo, con 246.000 nuevos puestos de trabajo creados en febrero. La contratación aumenta en todos los sectores. No es el caso del sector público, que eliminó 10.000 empleos el mes pasado. Lo que esuna incógnita es si el alza de impuestos y los recortes en el gasto por la confiscación en el presupuesto rebajan la confianza.
La tasa de paro bajó por primera vez del 8% en septiembre pasado, tras tres años y medio por encima de ese nivel. Desde entonces el desempleo estuvo estancado entre el 7,9% y el 7,8%. La evolución del empleo será determinante para los inversores a la hora de anticipar próximos movimientos en la política monetaria en EE UU, mientras en Washington siguen si encontrar una vía de compromiso en el impasse fiscal.
El dato se conoce después de que la Reserva Federal publicara su Libro Beige sobre la evolución de la actividad económica. El banco central de EE UU califica el actual ritmo de crecimiento de “modesto a moderado”. Ben Bernanke, su presidente, ya dijo la semana pasada ante el Congreso que el mercado laboral mejora pero precisión que la tasa de paro actual es muy alta y que con este débil crecimiento será difícil que baje pronto.
La Fed también acaba de presentar el resultado de las pruebas de resistencia a los 18 grandes bancos, que confirma que tienen una posición mejor que antes de la crisis financiera. Solo una entidad, Ally Financial, la sucesora de la financiera de General Motors, suspende. El resto pasa aunque Goldman Sachs y Morgan Stanley lo hacen con la nota más baja, lo que podría limitar su capacidad para repartir dividendos y recomprar acciones.
Esta vez el resultado de las pruebas de estrés se hace en dos entregas. La segunda llega el jueves. El examen se realizó en base a varios escenarios económicos hipotéticos y tomando como referencia el 5% en el ratio de capital (Tier1). En la situación más extrema, se parte de una situación con un paro del 12,5% durante un periodo de nueve trimestres. En la pasada recesión solo estuvo un mes en el 10%, en octubre de 2009.