mercredi 16 avril 2014

Piazza Affari

I listini rimbalzano con Cina e Tech.
Btp giù al 3,09%, rally a Milano: +3,44%

Piazza Affari regina d'Europa, Tokyo segna la miglior performance da otto settimane con un balzo del 3%. L'economia di Pechino sale del 7,4% nel primo trimestre, ma la produzione industriale rallenta e si attendono interventi. Nell'Eurozona cala l'inflazione, bene la produzione industriale Usa. Il differenziale tra Btp e Bund in area 160 punti. Chiusa l'offerta retail del nuovo Btp Italia a quota 10 miliardi

MILANO - Il rimbalzo del comparto tecnologico e la convinzione che Pechino possa iniettare stimoli per supportare la crescita economica della Cina spingono al rialzo i listini, supportati anche dalla buona lena di Wall Street. Tokyo segna la miglior performance degli ultimi due mesi e i listini europei seguono a ruota. Gli investitori sembrano mettere da parte le preoccupazioni legate alle tensioni in Ucraina, dove l'intervento militare di Kiev nei confronti dei separatisti è infine arrivato e Putin solleva lo spettro della "guerra civile". D'altra parte, l'accusa è di aver infiltrato forze speciali di Mosca proprio tra i pro-russi per generare ulteriore caos.

L'economia cinese rallenta e cresce solo del 7,4% nel primo trimestre, il minimo da 18 mesi, ma fa meglio delle attese censite da Bloomberg in un +7,3%. Nel trimestre precedente l'andamento del Pil era stato del +7,7%. Un dato inferiore alle attese è arrivato invece dalla produzione industriale dell'ex Celeste Impero, che a marzo ha registrato una crescita pari all'8,8%, di poco sotto il +9% stimato dagli analisti. Le vendite al dettaglio nel periodo sono salite del 12,2%, rispetto al +12,1% previsto dagli analisti e al +11,8% registrato nei 2 primi mesi dell'anno. Secondo molti analisti, di fronte a questi dati il premier Li Keqiang si potrebbe in ogni caso decidere a muovere verso "mini-stimoli" che comprendano incremento della spesa pubblica e benefici fiscali.

Nell'Eurozona l'inflazione si conferma in calo allo
0,5% di marzo, mentre il surplus delle partite correnti dell'Ue arriva a un passo da 40 miliardi nell'ultimo trimestre del 2013. In Italia, il saldo commerciale con l'estero migliora decisamente a febbraio ma cala tanto l'import quanto l'export. In Gran Bretagna la disoccupazione scende sotto il 7%, ossia la soglia fissata dalla Banca d'Inghilterra per avviare la stretta sui tassi di interesse (ora fermi al minimo storico dello 0,5%). Il tasso passa ufficialmente al 6,9% dal 7,2% precedente.

Lo spread Btp-Bund è in calo. Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi si attesta a 161 punti base e il rendimento del Btp decennale scende sotto la soglia del 3,1%, aggiornando il minimo storico. Il Tesoro ha chiuso ufficialmente la raccolta retail del Btp Italia con 10 miliardi di ordini. APiazza Affari, il Ftse Mib chiude in rally con un progresso del 3,44%. In un panorama positivo per il comparto bancario si guarda al Monte dei Paschi, ieri affossato dalle vendite in seguito alle indiscrezioni di una possibile maggiorazione dell'aumento di capitale da 3 a 5 miliardi. Occhi puntati anche sulle partecipate di Stato, in particolare EniEnelFinmeccanica e Terna, interessati dalle recenti nomine del governo Renzi. Avvio di contrattazioni difficile per Anima, la società di gestione del risparmio debuttante a Palazzo Mezzanotte. Nel resto d'Europa, Francoforte aggiunge l'1,57%, Parigi l'1,39%, mentre Londracresce dello 0,65%.

Wall Street conferma il rialzo quando in Europa gli scambi volgono al termine, con l'indice Dow Jones e lo S&P500 allineati al +0,6% e il Nasdaq che segue a ruota. I mercati seguono i buoni dati macro sulla produzione industriale e non si curano della trimestrale di BofA in chiaroscuro.

Dal fronte macroeconomico si segnala infatti la crescita del 2,8% per quanto riguarda l'avvio di nuovi cantieri a marzo, mentre i permessi per avviarne di nuovi ancora arretrano a sorpresa del 2,4% contro aspettative per un +7,3%. Oltre le previsioni il risultato più atteso, l'andamento della produzione industriale Usa: a marzo è cresciuta dello 0,7% mentre gli analisti si attendevano un incremento dello 0,4%.

In mattinata la Borsa di Tokyo ha chiuso una giornata trionfale finendo gli scambi a ridosso dei massimi infraday a +3,01%. L'indice Nikkei, sostenuto anche dai nuovi guadagni di Wall Street della chiusura di ieri, sale di 420,87 punti, a quota 14.417,68. Il rimbalzo del Nikkei dai minimi degli ultimi sei mesi ha trovato forza anche dall'indebolimento dello yen che ha ceduto altro terreno e rispinto il dollaro sopra quota 102, fino a 102,17, e l'euro in alto, a 141,50. Sugli scudi, in particolare, i titoli delle società con attività legate all'export, oltre a quelli dei settori brokeraggio e immobiliare. Bene anche i tecnologici e affini: SoftBank, l'operatore mobile che detiene il 37% del portale cinese Alibaba, è cresciuta dell'8,5% a seguito degliannunci di Yahoo! (anch'essa ha una quota del portale di e-commerce) sulla crescita degli utili della partecipata asiatica.

L'euro chiude in lieve rialzo a 1,3840 dollari, da quota 1,3810 contro la divisa Usa segnata ieri dopo la chiusura di Wall Street. Mentre si chiudono gli scambi sui listini Ue, il contratto a maggio del petrolio è in crescita dello 0,6%, a 104,6 dollari al barile, mentre i future a giugno dell'oro limano il 2% a quota 1.300 dollari.
(16 aprile 2014)© RIPRODUZIONE RISERVATA

vendredi 11 avril 2014

Deflación y las medidas para corregir

Lagarde: “Estamos preocupados por la baja inflación”

La directora gerente del FMI urge al BCE a poner en marcha la máquina de imprimir dinero

Advierte de que "cuanto antes" se decida a actuar, "mejor"

Christine Lagarde, en rueda de prensa en Washington. / ANDREW HARRER (BLOOMBERG)
Donde uno usaría la palabra problema, Christine Lagarde suele optar por desafío. Los discursos públicos de la directora gerente del Fondo Monetario Internacional (FMI) están plagados de ese eufemismo, cuando asuntos como la baja productividad, el paro o la pobreza no son retos, son problemas, y el desafío es resolverlos. Pero hoy, jueves, Lagarde no puso paños calientes y arrancó la rueda de prensa de las reuniones de primavera del organismo alertando sobre la baja inflación en Europa: “Estamos preocupados por este riesgo potencial en las economías avanzas y en la zona euro en particular”, dijo en su introducción sin pronunciar su socorrido “desafío”.
El FMI no ha dejado de sacudir el peligro de la deflación durante la semana. Habría que retroceder muchas décadas para ver tal inquietud por el tímido avance de los precios. La inflación ha inquietado históricamente al alza, ha sido un temor permanente en Europa y una verdadera pesadilla en Berlín, pero la virulencia y duración de esta crisis ha dado también un giro a eso y ha llevado a la primera responsable del FMI a advertir de que “una baja inflación prolongada heriría tanto el crecimiento como el empleo”.
Una advertencia similar por parte de Lagarde cayó como un rayo en el Banco Central Europeo (BCE) la semana pasada, ya que esta presionó al organismo europeo en la víspera de su reunión mensual sobre política monetaria. Ahora el FMI no ha evitado ponerlo como uno de los peligros principales para la reactivación europea, si bien esta vez la francesa quiso dar por hecho que la institución con sede en Fráncfort iba a actuar: “Anima el hecho de que el BCE haya reiterado su compromiso de usar las medidas no convencionales necesarias”, dijo. “Creo que ahora va a ser una cuestión de calendario”, añadió.

Medidas no convencionales

Estas “medidas no convencionales” incluyen desde una rebaja de tipos (ya está en el 0,25%), a inyecciones de crédito barato o compras de activos que estimulen la demanda, el crédito y tiren de los precios. Eso que, usando la jerga de la política monetaria, es poner en marcha la máquina de imprimir dinero. El IPC subió un 0,5% en marzo en la zona euro, el nivel más bajo desde 2009, y España es, según los cálculos del FMI, el país con mayor riesgo de deflación, entendida esta como una caída generalizada y persistente de los precios que deprime aún más la economía.
Inmerso el país en un duro proceso de devaluación interna (caída de salario y de costes), los bajos precios son un problema doméstico porque hacen más difícil el pago de la deuda (el peso real sube) y también exterior ya que la baja inflación de los socios del euro se comen buena parte de ese esfuerzo de recuperación de la competitividad.
Lagarde, que tenía una reunión previsto con el BCE, se esmeró en destacar que su visión del problema se encontraba alineada con la del banco europeo, pero no es así: mientras que la autoridad europea se declara preparada pero considera que el peligro no es inminente, el FMI sí considera que esas actuaciones deben llevarse a cabo cuanto antes. “Respetamos el criterio el BCE”, insistió, no obstante. “Las cosas resultan bastante obvias, el BCE lleva mucho tiempo sin querer actuar y ahora se les ha venido el problema de la deflación encima”, comenta el analista de un banco central estos días en Washington, en el marco de la cita del FMI.

Mercados

La Bolsa española frena la caída al cierre con un descenso del 1,27%

El Ibex modera el castigo tras llegar a ceder un 2,26% a media sesión

La recuperación no evita la segunda peor semana del año para el selectivo


Las Bolsas europeas han prorrogado este viernes las fuertes caídas por segunda jornada consecutiva ante el cambio de humor de unos inversores que, tras llevar a máximos a los principales índices hace una semana, ahora apuestan decididamente por la prudencia. Por este motivo, lo que parecía una habitual recogida de beneficios ha acabado generando una espiral bajista que, en el caso del Ibex, ha hecho retroceder al selectivo español un 1,27%. Esto, sumado al recorte del 1,42% de la víspera, se ha saldado con la segunda peor semana de 2014.
Nuevas dudas sobre Ucrania, el gas y las aspiraciones del Kremlin; los enésimos datos descorazonadores de China o la alerta que sonó este jueves en Wall Street, donde el Nasdaq se dejó un 3% tras la acumulación de ofertas públicas de venta en el trimestre que han salido mal, han animado a los inversores a colocarse a la defensiva. Sobre todo, a los grandes operadores del mercado, que en los últimos dos días han sacado abundante papel al mercado, arrastrando a su paso al resto. Por si fuera poco, la publicación de las cuentas de JP Morgan a media jornada de este viernes, que ha estrenado la temporada de resultados con un recorte del 20% en sus beneficios, ha aumentado la incertidumbre.

Caída intradía

Fruto de la acumulación de ventas, el Ibex ha llegado a caer un 2,26% a las 13.34, tras publicarse los decepcionantes resultados del mayor banco por activos de EE UU. Con ello, el índice ha marcado un mínimo intradía en 10.097 puntos cuando hace exactamente siete días celebraba la conquista de su nivel más alto desde 2011 sobre los 10.600 enteros. También el francés Cac o el alemán Dax venían de tocar máximos anuales. Dentro del selectivo, todos los valores cotizaban en rojo.
Al cierre, sin embargo, ha recuperado algo, hasta cerrar sobre los 10.200 puntos. En el resto de Europa, Fráncfort ha liderado las pérdidas con un descenso del 1,56%, Londres se ha dejado un 1,2% y, París, otro 1,1%. Dentro del Ibex, IAG se ha desplomado un 5,5% y ha liderado los recortes, seguido de Mediaset (-5,12%). Sólo tres valores se han salvado las pérdidas.

mercredi 9 avril 2014

América Latina

El Banco Mundial califica la expansión en América Latina de “decepcionante”

El organismo pide que se intensifiquen las reformas para que la región no se estanque en una fase de lento crecimiento



El presidente del Banco Mundial, Jim Yong Kim / EFE
El Banco Mundial es contundente con América Latina: no hay margen para el error. Un día después de que el Fondo Monetario Internacionalrecortara el crecimiento a la región, el organismo habla de que las economías del subcontinente americano se asientan en este momento en una fase de lento crecimiento que le llevará a crecer un 2,3% este año. Es dos décimas menos de lo anticipado por la institución gemela en la víspera. Por eso reclama que se intensifiquen las reformas.
El organismo habla de una desaceleración generalizada en los países emergentes, que es tres puntos porcentuales inferior a la media antes de la crisis financiera. En el caso concreto de América Latina, califica en su análisis el ritmo actual de “decepcionante”. Es solo una décima menos que en 2013, pero menos de la mitad del 5% al que acostumbró en los años buenos. “Desafortunadamente, hay más factores que hacen de lastre que de impulso”, opina.
El contexto es complejo, como muestra el informe. Banco Mundial también se refiere al futuro económico de China como gran factor de volatilidad, por su efecto en el precio de las materias primas, junto al ajuste de las carteras de inversión desde los países emergentes hacia activos más seguros en las economías avanzadas. Como fuerza que actúa en sentido opuesto está la expansión del comercio global gracias a la reactivación económica en las economías más prósperas.

Como señala de la Torre, se trata de factores que están fuera del control de los países en América Latina pero que hay que tener en cuenta porque es consecuencia de la globalización. El economista señala que la desaceleración en la región es "evidente" y explica que el crecimiento "parece estar estancándose en un ritmo lento". Su temor es que sea más una tendencia que un punto bajo en el ciclo. "Hay una cosa que podemos controlar y es la calidad de nuestras políticas", añade.“Lo severo que estos choques externos sean es incierto y su impacto en América Latina dependerá del grado de exposición y de la capacidad que cada país de la región tenga para absorberlos”, indica el análisis elaborado por el equipo que lidera Augusto de la Torre. El economista explica que el viento de cola se disipa y el riesgo para el crecimiento muta. No es solo China. La débil recuperación en Europa y el lento crecimiento en EE UU también influyen.

Grandes diferencias









.El rendimiento es muy heterogéneo, como se ve también en los datos del FMI. En un extremo está Venezuela, con una contracción del 1% del crecimiento este año. En el otro Panamá, que crecerá un 7%, seguido por Perú, con el 5,5%. Otros países que harán de motor de la región son Chile y Colombia, con un crecimiento superior al 3,5%, por encima de la media. También destaca el rebote de México, que repuntará al 3% gracias a las reformas, que califica de "impresionantes".
El optimismo de los inversores hacia México contrasta con el de Brasil, la mayor economía de América Latina. Es el país que hace de lastre, con un crecimiento proyectado para este año por debajo del 2%. El Banco Mundial lamenta en este caso que no se haya forjado una agenda de reforma para romper a corto plazo con este escenario de bajo crecimiento, baja tasa de ahorro y baja inversión. "Ya no se puede contar con la ayuda de factores externos", dijo de la Torre.
Es decir, coincidiendo con la valoración del FMI, los países emergentes dejaron de ser las estrellas del crecimiento. Sin embargo, el Banco Mundial se muestra optimista aunque con cautela al hablar de América Latina. A favor de la región, a diferencia de Asia, juega que supo capitalizar el viento de cola externo para potenciar la demanda interna y logró una mayor integración del sistema financiero. Eso hace ahora que sean menos vulnerables a choques externos que en el pasado.
Es más, los economistas del Banco Mundial señalan que en la mayoría de países de la región habrá fluctuaciones en los ciclos de negocios similares a las que se ven en las economías avanzadas. Es decir, el patrón pasado expansión y contracción es historia. También indica que tienen más margen de maniobra para adoptar políticas monetarias y cambiarias para hacer frente a las turbulencias.

Ruptura con el pasado


Esta mayor integración financiera de América Latina da tranquilidad. Pero la región no es inmune, porque la inversión directa extranjera y las remesas también están sujetas a ciclos y pueden actuar en sentidos opuestos. El gran reto es lograr que las dos actúen en la misma dirección por eso se vuelve a pedir que se intensifiquen las reformas para mejorar la competitividad vía un incremento de la productividad.Otra ruptura con el pasado, y que hace a América Latina más resistente a los choques externos, es que la región logró durante las últimas dos décadas reequilibrar la manera en la que se financia. Ahora ya no depende tanto como en los años 1990 del crédito que le llega de los bancos internacionales y la inversión es más directa. Es más, en lugar de pedir prestado, presta al mundo.
También reclama un mejor diseño de las políticas sociales en los presupuestos nacionales, para hacer frente a la presión fiscal derivada de un menor crecimiento económico. Es, indican desde el Banco Mundial, un reto importante si los países de América Latina quieren mantener el rápido ritmo de progreso social al que se acostumbró durante la pasada década. “Desafortunadamente, en todos los países no será posible conseguirlo”, concluye.
A modo de que conclusión, pide a los países de la región que utilicen el potencial de la inversión extranjera y de las remesas en políticas de innovación y productividad. En el caso de los hogares que reciben remesas, se recomienda que inviertan ese dinero de sus familiares en salud, educación y vivienda. Eso, a su vez, permitirá crear un clima de negocio que atraerá a sus propios trabajadores y más inversión extranjera.

Analisis del FMI

El FMI alerta de que el lento saneamiento de la banca frena la recuperación europea

El refuerzo del capital aumentaría el crédito empresarial un 8% en cuatro años en España

La institución calcula de los tipos de interés de la Fed subirán a mediados de 2015


Christine Lagarde, directora del FMI, y Angela Merkel, canciller alemana, en una imagen de 2012. / ODD ANDERSEN (AFP)
En uno de los seminarios que el Fondo Monetario Internacional (FMI) celebró este pasado martes se realizó una suerte de referéndum entre sus asistentes con la pregunta de si los bancos centrales debían comenzar a retirar sus políticas de estímulo —bajos tipos de interés, compras de activos, inyecciones de crédito baratos, entre otros— o, por el contrario, debía conservarlos debido a la fragilidad de la economía. Los asistentes, periodistas sobre todo, tenían un dispositivo en el que pulsar su respuesta y esta se inclinó por mantener la expansión monetaria con el 63% del más de centenar de votos emitidos.
Pero los debates de estos días en Washington al respecto de cuál debe ser el siguiente paso distan mucho de solventarse así: se teme tanto el repliegue como la persistencia de unas medidas extraordinarias de los bancos centrales que no tienen precedentes. Porque, aunque el Fondo vuelve en estas reuniones de primavera a destacar la mejora de las condiciones, los problemas persisten y la zona euro, de nuevo, ocupa un lugar destacado en las preocupaciones. El órgano que dirige Christine Lagarde advierte en su informe de estabilidad financiera de que “la reestructuración del sector empresarial endeudado en la zona del euro se ha visto estancada porque no ha concluido el saneamiento de los balances de los bancos”.

“La actitud del mercado con respecto a los bancos y las entidades soberanas de la zona del euro sometidas a tensiones ha mejorado notablemente, pero es posible que esa actitud se haya adelantado al proceso de saneamiento de los balances que aún es necesario”, alerta también el Fondo en su informe, publicado coincidiendo con las pruebas de resistencia al sector europeo cuyos resultados deben publicarse tras el verano.Algo falla en Europa. Lleva fallando varios años. La política expansiva “no se ha trasladado al flujo de crédito que hace falta para respaldar una recuperación más fuerte, en particular a las empresas pequeñas”, según las palabras de José Viñals, responsable financiero del FMI y ex vicegobernador del Banco de España. Además, el proyecto estrella de Europa para solventar este problema, la unión bancaria, se le antoja insuficiente al Fondo a la hora de garantizar que los riesgos soberanos quedan desvinculados de la banca. "Los avances han sido significativos, pero el proceso no se ha concluido", ha añadido Viñals en la rueda de prensa en la que ha presentado el informe.
La presión de los mercados se ha suavizado hace tiempo. Los inversores ya exigen a países como España, hace un par de años carne de rescate, los mismos intereses que antes de 2010, cuando se aprobó el primer plan de salvamento para Grecia y en algunos títulos se ha llegado incluso a pagar menos intereses que el papel estadounidense. Y, sin embargo, el crédito sigue cayendo para las empresas.

Diferentes escenarios

El Fondo se ha esmerado en reflejar cómo el saneamiento de la banca será clave para que esa débil recuperación europea gane brío. Los técnicos han realizado una serie de simulaciones sobre las conexiones entre el crédito, la morosidad y los colchones de capital y proyectan que, por ejemplo en el caso de España, un aumento de 170 puntos básicos en el ratio de capital y reservas (hasta alcanzar el nivel de la tasa de morosos) llevaría a un aumento acumulado del crédito del 8% en cuatro años. En Italia, por su parte, un aumento de ese colchón de 130 puntos básicos elevaría el crédito hasta el 5% en el mismo periodo.
En la misma línea, una mejora de la calidad de los activos en España, consistente en una caída de 320 puntos básicos en el ratio de créditos dudosos, aumentaría el crédito empresarial en 14 puntos porcentuales en cuatro años.
A pesar del optimismo en los bancos y la evolución de la deuda soberana, la posición de los activos netos de las economías familiares sigue débil en Grecia, Irlanda y España. Y aunque los balances por cuenta corriente también han corregido su déficit de forma notable, pese al aumento de la deuda pública, la deuda externa se mantiene elevada en ese mismo club de los periféricos del euro, según alerta de organismo que dirige Christine Lagarde.
El Fondo también reclama medidas para favorece vías de financiación no bancarias —como las participaciones de capital o la emisión de deuda—, una mensaje muy dirigido a economías como la española, en la que las empresas tienen una gran dependencia del crédito bancario.

Estretegia de salida

La banca española, además, es una de las más expuestos al riesgo de los mercados emergentes de América Latina, que han dejado de ser las estrellas del crecimiento para convertirse en una de las mayores inquietudes del Fondo por el efecto que pueda llegar a provocar la pérdida de capital derivada de los menores estímulos de la Reserva Federal estadounidense. El FMI calcula de los tipos de interés que marca la Fed comenzarán a subir a mediados de 2015, una fecha que la presidenta de la Fed, Janet Yellen, ya avanzó pero luego dejó en el aire.
El Fondo confía en que la estrategia de salida progresiva evitará sacudidas para las economías en desarrollo. Además, cree que las empresas de estos países “en muchos casos tienen suficientes defensas como para resistir shocks internos o internacionales normales”, si bien “algunas vulnerabilidades son evidentes”. Y en Japón la continua aplicación de medidas de expansión monetaria “es necesaria pero no suficiente para que el renovado dinamismo económico se afiance”.

mardi 8 avril 2014

Negocio inmobiliario

El Sareb sacará a concurso público activos por 50.000 millones

Este verano, el banco malo pretende incrementar la competencia con los inmuebles de las nueve entidades cedentes

Viviendas propiedad de la Sareb, en la calle Embalse de Navacerrada, 53 de Madrid. / EFE
El banco malo español pretende sacar a concurso público este verano los servicios de gestión de los activos financieros e inmobiliarios por 50.000 millones de euros que recibió de las nueve entidades cedentes con el objetivo de incrementar la competencia, dijo un directivo de la Sareb que pidió el anonimato. Entre 2012 y 2013, la Sareb recibió casi 200.000 activos por valor de 50.781 millones de euros de las nueve entidades que recibieron ayudas públicas, de los que el 80% son activos financieros (créditos) y el 20% son activos inmobiliarios.
“Vamos a sacar los contratos de 'servicing' que ahora mismo están en manos de las nueve entidades cedentes para introducir algo de competencia en este negocio y está previsto que el concurso salga antes del verano y pueda estar cerrado en torno a septiembre”, dijo el ejecutivo. "Los nueve contratos de gestión que hay ahora mismo podrían quedar en torno a cuatro pero no hay decisión tomada", agregó.
Los contratos de gestión de los activos con las nueve entidades cedentes (entre ellas Bankia, que supuso casi el 40 del volumen total) vencen a finales de 2014. El ejecutivo añadió que había detectado interés por parte de fondos extranjeros especializados en hacerse con este tipo de contratos si bien reconoció que en la concesión de los mismos la nacionalidad no sería un factor determinante.
"Los fondos ya se están acercando", explicó el directivo, que destacó como ventaja el carácter de exclusividad que se otorgaría a estos nuevos contratos. En 2013, la Sareb pagó unos 200 millones de euros a estas entidades (entre las que también figuraron NCGBanco GallegoCatalunya Banc yBanco de Valencia), en concepto de comisiones. Además, la lista de 9 nueve entidades cedentes la completaron en febrero de 2013, Liberbank, CEISS, BMN y Caja 3.

Proceso de externalización

La banca española, incluyendo a la propia Bankia, Popular y Santander, está empezando a ser muy proactiva en el traspaso de sus gestoras inmobiliarias a fondos de inversión extranjeros -- como Cerberus y Centerbridge -- y subcontrata sus servicios para que les ayuden a gestionar la venta de estos activos en un intento de conseguir capital sin ceder la propiedad de los inmuebles adjudicados.
La Sareb, que nació a finales de 2012 como condición de la ayuda financiera otorgada por los socios europeos por 41.300 millones al Gobierno para que saneara a la banca española que sufrió el estallido de la burbuja inmobiliaria, nació con la finalidad de vender sus activos en un período de 15 años.
A finales de 2013, el banco malo cerró con unas pérdidas de 261 millones de euros y con unos ingresos de 3.800 millones de euros y está pendiente de aprobar un nuevo plan de negocio en el que situará su objetivo de rentabilidad por debajo del 14%, tal como reconoció a finales de marzo su presidenta Belén Romana.
El plan de actuación del banco malo español no ha estado libre de críticas, incluso por parte de instituciones como el propio Fondo Monetario Internacional, que ha alertado sobre los riesgos que afronta la Sareb derivado de la propia debilidad económica del país que le habrán obligado a afrontar mayores descuentos en la venta de los activos inmobiliarios.