mercredi 6 mars 2013




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FTSE MIB15.899,70-0,47%
FTSE 1006.427,64-0,07%
DAX 307.919,33+0,62%
CAC 403.773,76-0,35%
SWISS MARKET7.698,72-0,26%
S&P 5001.540,79+0,06%
NASDAQ3.220,34-0,12%
HANG SENG22.777,84+0,96%


Borse, non basta il traiano di Wall Street.
Contrastata l'Europa, Asia top da due anni

Gli analisti rimangono scettici, visto che i fondamentali economici di molte zone del globo sono ancora indeboliti. Il Pil dell'Eurozona è calato dello 0,9% nel 2012. Lo spread tra Btp e Bund scende sotto quota 320 punti base, spinto anche dalla volontà emersa all'Ecofin di concedere più tempo ai Paesi sotto stress per restituire il denaro ricevuto in prestito. Il petrolio sotto quota 90 dollari al barile


MILANO - L'Europa chiude una seduta contrastata senza riuscire a consolidare i rialzi messi a segno ieri nel mezzo di una generalizzata euforia dei mercati. Insomma all'indomani del record storico di Wall Street gli investitori sono tornati con i piedi per terra restituendo peso a dati macroeconomici che - almeno nel Vecchio continente - mostrano una situazione non semplice: a cominciare dal dato Eurostat sul Pil del Vecchio continente che nel quarto trimestre 2012 è calato dello 0,6% congiunturale nell'Eurozona (0,5% nell'intera Ue). Rispetto al quarto trimestre del 2011 il Pil è sceso dello 0,9% nell'Eurozona e dello 0,6% nell'Ue a 27. Nell'interno 2012 la crescita è così rallentata dello 0,6% nell'Eurozona e dello 0,3% nell'Unione. Numeri cui fa il paio il documento di Bankitalia secondo cui due famiglie su tre non ritengono sufficiente il loro reddito per coprire le necessità di un mese. E secondo Jonathan Sudaria, trader londinese di Capital Spreads "tutto quest'ottimismo sui mercati non ha la stessa impronta caratteristica che si è vista nei picchi precedenti. I recenti rally sono ascrivibili agli stimoli economici delle banche centrali, mentre i fondamentali economici rimangono incerti e persiste un pesante scetticismo".

Nel Vecchio continente, quindi, i listini non riescono a consolidare le posizioni guadagnate martedì con il benchmark europeo Stoxx 600 che aveva toccato i massimi dal giugno del 2008. Londra lima uno 0,07%, Parigi cede lo 0,35%, mentre Milano arretra dello 0,47%. In controtendenza solo Francoforte che fa +0,62% (vicina al top dal 2008). A Piazza Affari ha tenuto ancora banco la galassia di titoli legati alla vendita de La7 a Urbano Cairo dopo che ieri la definizione del passaggio di mano aveva fatto sprofondare la controllata di Telecom, TiMedia (che cede la televisione), mettendo le ali  alla società dell'editore e pubblicitario, Cairo Communication: oggi vendite su entrambi i titoli. Irresistibile l'ascesa del comparto del lusso, con Luxottica che aggiorna i massimi; positiva, tra le altre,Finmeccanica.

Seduta positiva per Wall Street che aggiorna i nuovi massimi storici raggiunti ieri: alla chiusura dei mercati europei, il Dow Jones sale dello 0,2% a un soffio da quota 14.300 punti, il Nasdaq cede lo 0,1% con Apple e Groupon in forte recupero dopo le batoste borsistiche degli ultimi tempi, mentre l'S&P 500 avanza dello 0,1%. A sostenere la seduta le richieste di mutui aumentate del 14,8% nel corso dell'ultima settimana a quota 864,1. Oltre le aspettative la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore privato: sono stati 198mila a febbraio, al top da un anno. Gli ordini all'industria sono scesi a gennaio del 2% dopo il +1,3% di dicembre: il dato è migliore delle attese degli analisti, che scommettevano su un calo del 2,2%. A pesare è la riduzione delle spese per la difesa.

La distensione azionaria continua a trasferirsi anche sul versante del debito pubblico: sotto i 320 punti lospread tra il Btp decennale e il Bund tedesco. La differenza di rendimento tra i due titoli si restringe a 319 punti, con una cedola per quello italiano del 4,6%. Ieri l'Ecofin - che non ha dato il via libera definitivo al giro di vite ai superbonus dei bancari approvato politicamente a Bruxelles - ha però approvato il cosiddetto "two pack", la serie di vincoli di bilancio per gli Stati dell'Eurozona. Per le autorità comunitarie ci sarà più possibilità di controllo sui bilanci dei Paesi membri, ma d'altra parte - in casi di stress - si potrà dare maggiore attenzione alle politiche e agli investimenti per la crescita e l'occupazione. Da ultimo - ma forse è il punto più significativo - i ministri delle Finanze dell'Ue hanno trovato un primo accordo per allungare le scadenze dei prestiti concessi a Portogallo e Irlanda: è un cambio di passo significativo nell'opzione tra "l'austerità" e la "crescita". Sul fronte dei cambi, l'euro tratta a 1,30059 dollari e 121,72 yen.

I timori dell'Eurozona non hanno, invece, condiazionato le borse asiatiche, che hanno aggiornato i massimi da due anni a questa parte dopo il record del Dow Jones e in scia ai dati positivi sull'andamento del settore dei servizi negli Usa. Tokyo è balzata del 2,1%, Hong Kong dell'1,6%, Shanghai dello 0,9% e Sydneydello 0,8%. La fiducia nella ripresa dell'economia a stelle e strisce ha spinto gli investitori a scommettere su grandi esportatori come la Corea e il Giappone. In Asia gli osservatori continuano poi a guardare con favore l'imminente cambio della guardia (il 19 marzo) alla guida della Bank of Japan, con il nuovo governatore - Haruhiko Kuroda - decisamente favorevole a una politica monetaria accomodante. Gli speculatori hanno invece giocato sulla prospettiva che presto il mercato tenti con più convinzione la scalata ai 12.000 punti.

Il petrolio è in calo a New York, dove le quotazioni perdono l'1% sotto quota 90 dollari al barile: tiene banco il destino del Venezuela, tra i maggiori produttori mondiali di greggio, dopo la morte di Hugo Chavez. Intanto, la compagnia petrolifera Usa Exxon Mobil prevede un calo del'1% della produzione di greggio e gas naturale nel 2013, a causa di una minore produzione di gas naturale. L'output dei prodotti più ad alto prezzo, a partire dal petrolio, è stimata in crescita del 2%. Nel 2012 la produzione di greggio e a gas è scesa del 6% a 4,2 milioni di barili al giorno di petrolio equivalente. 
(06 marzo 2013)


mardi 5 mars 2013


El FROB suspende la venta de Catalunya Banc ante la falta de ofertas interesantes

La falta de ayudas las incertidumbres echaron atrás a los bancos interesados

La entidad continuará en solitario con acuerdos comerciales con Bankia

Solo el Santander y el Popular habían presentado pujas competitivas por la entidad nacionalizada



Una mujer en un cajero de Catalunya Banc / GUSTAU NACARINO (REUTERS)
En 2008 se cambió al equipo ejecutivo de CatalunyaBanc porque la entonces caja ya tenía graves problemas de gestión. Más de cuatro años después, la entidad sigue sin rumbo claro. Esta es una de las lacras de la reestructuración del sistema financiero español. Este lunes por la noche, el Fondo de Reestructuración Ordenada Bancaria (FROB) anunció que había suspendido la subasta de CatalunyaBanc y que ahora buscará la mejor opción para la entidad, que cuenta con capital para continuar en solitario. Solo el Santander y el Popular habían presentado ofertas mínimamente competitivas, aunque por debajo de lo esperado. El Sabadell, el BBVA y Kutxabank, no realizaron ofertas relevantes, a juicio del FROB. Las incertidumres sobre el mercado financiero y la falta de ayudas han provocado el fracaso de la subasta.

El Estado ha recurrido a la letra de la normativa europea para sortear la mala venta de una entidad con unos activos de unos 60.000 millones de euros. Bruselas dice que los trámites para la venta deberían empezar como muy tarde a finales de 2015 y que un acuerdo de venta debería firmarse antes de finales de 2016.Para los contribuyentes, que se juegan 12.050 millones en esta entidad, puede ser una buena noticia porque si se hubiera vendido por un euro habrían perdido todo su dinero. Esto es lo que sucedió con el Banco de Valencia, que se entregó a La Caixa por un euro, con un agujero irrecuperable de unos 5.500 millones.
El Gobierno ya declaró que no estaba dispuesto a vender CatalunyaBanc por un euro ni que tampoco pondría un esquema de protección de activos (un fondo ante la posible morosidad futura que pudiera aparecer) para el comprador. Según su plan de reestructuración, el banco tiene previsto cerrar las cuentas de 2012 con unas pérdidas brutas de entre 11.000 y 12.000 millones, aunque antes de provisiones tenía un resultado positivo.
El director general del FROB, Antonio Carrascosa, descartó hace días la posibilidad de vender CatalunyaBanc por partes y subrayó que la entidad catalana solo se adjudicaría si existiera “una buena oferta”. “Si no hay una buena oferta, no se vende”, subrayó. En el sector financiero se interpretó que eso quería decir que el FROB no aceptaría ninguna oferta por menos de 1.000 millones. Fuentes del mercado comentaron que la oferta del Santander no era “muy generosa. El interés de esta entidad es limitado por CatalunyaBanc”. Estas fuentes también recuerdan que el Santander tiene la incertidumbre de lo que ocurrirá con Alfredo Sáenz, consejero delegado, ya que el Banco de España está analizando si lo inhabilita o no. Una compra tan importante como la de CatalunyaBanc sería mucho más difícil de asimilar con un cambio tan profundo en la gestión del Santander, añaden fuentes del mercado. Carrascosa también dijo se podría estudiar su posible integración en Bankia. El Gobierno estudia qué hacer con los actuales gestores mientras planifica cómo podría unificar la actividad comercial con Bankia, aunque con marcas independientes porque se considera que CatalunyaBanc tiene valor en el mercado.
Al parecer, el Banco de España tenía interés en vender la entidad como un paso adecuado para la reestructuración del sistema financiero, pero el Gobierno lo supeditaba a no incrementar el déficit. Al final, CatalunyaBanc seguirá buscando su destino.



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FTSE MIB15.974,30+2,78%
FTSE 1006.431,95+1,36%
DAX 307.870,31+2,32%
CAC 403.787,19+2,09%
SWISS MARKET7.718,46+1,69%
S&P 5001.540,00+0,97%
NASDAQ3.217,63+1,12%
HANG SENG22.560,50+0,10%


El Ibex 35 tendría que subir un 89% para conquistar de nuevo su máximo

El selectivo español se mueve sobre los 8.500 puntos cuando hace seis años rozó los 16.000



La Bolsa de Madrid / EFE
La recuperación de Wall Street no tiene parangón en los parqués de referencia del Viejo Continente, salvo en el caso del Dax de Fráncfort, que está a solo un paso de volver a marcar los máximos que alcanzó en 2007, antes del estallido de la crisis financiera. En cuanto al resto, las que están más lejos son Milán o Londres, mientras en el caso de la Bolsa española, el selectivo Ibex 35 está prácticamente en la mitad de puntos que cuando marxó su récord histórico seis años atrás. Hoy ha aterrizado en 8.423 puntos. Es decir, que al selectivo español le separan de su máximo 7.522 puntos todavía y tendría que subir un 89% para volver a su cota dorada del ocho de noviembre de 2007, un hito que hoy en Wall Street ya ha logrado conquistar.
Con el mercado todavía disfrutando con lo que serían los últimos coletazos del boom inmobiliario, el Ibex 35 llegó a los 15.945 puntos en noviembre de 2007. Sin embargo, este martes, tras sufrir la crisis financiera más grave desde los años 30, atravesar la peor recesión en medio siglo y padecer los problemas del estallido de la crisis de deuda que puso al euro contra las cuerdas, pugnaba por rebasar los 8.500 enteros.
Además, a diferencia del resto, la caída a los infiernos de la Bolsa española no se registró durante los meses siguientes a la debacle de Lehman Brothers. En su caso fue peor, ya que tras bajar con fuerza en marzo de 2009, llegó a caer todavía más el pasado verano, cuando el miedo a una ruptura del euro arrastró al parqué madrileño a los 5.956 puntos el 24 de julio. Desde aquel mínimo hasta los 8.423 puntos de hoy ha recuperado un 41%.
En las otras plazas de referencia del Viejo Continente, la Bolsa de Milán todavía está a un 64% de sus máximos de 2007, que es la misma distancia que separa al parqué de Londres de sus récords históricos. En el caso del parisino Cac 40, es del 38%.



Bonus des banquiers : l'Europe offre un sursis à Londres

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Par Jean-Jacques Mevel
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Mardi à Bruxelles, George Osborne, chancelier de l'Échiquier britannique, a pris la mesure de son isolement politique.
Mardi à Bruxelles, George Osborne, chancelier de l'Échiquier britannique, a pris la mesure de son isolement politique. Crédits photo : GEORGES GOBET/AFP


Faute de ralliement britannique, les vingt-six autres capitales devraient imposer le plafonnement des rémunérations variables des banquiers au printemps.

Correspondant à Bruxelles

L'Europe a finalement choisi d'accorder un sursis de «quelques semaines» à Londres et à la City pour se rallier au plafonnement des bonus des banquiers, faute de quoi les vingt-six autres capitales l'imposeraient à toute l'UE - Royaume-Uni compris.
 
Quarante-huit heures après que les Suisses ont interdit par référendum les «parachutes dorés» à leurs chefs d'entreprise, le chancelier de l'Échiquier savait en arrivant à Bruxelles qu'il affrontait des vents contraires. L'opinion publique européenne - et britannique dans ce cas précis - n'est pas d'humeur à exempter les banquiers d'une sérieuse reprise en main, au niveau de leur rémunération.
Dans l'UE, ses collègues des finances n'ont pas non plus laissé le choix àGeorge Osborne. À vingt-six contre un, ils ont apporté leur soutien politique à un projet négocié avec le Parlement européen et qui encadre strictement les bonus bancaires: ils seront plafonnés à l'équivalent du salaire ou à deux fois ce montant si les actionnaires donnent au cas par cas un feu vert explicite.

Isolement politique

À Bruxelles, le ministre britannique a pu mesurer son isolement politique. Ses alliés traditionnels sur les dossiers financiers - les Pays-Bas, la Suède, la Pologne ou encore le Luxembourg - ont tous choisi le camp de la fermeté face aux banquiers. La décision devant se prendre par consensus ou si nécessaire à la majorité qualifiée, l'issue ne fait guère de doute: en mars ou au plus tard au printemps, les bonus bancaires seront effectivement plafonnés dans toute l'UE, avec application possible dès 2014.
Conscient du rapport de force, George Osborne a donc choisi de négocier à la marge plutôt que de remettre en cause un plafond de rémunération «que le Royaume-Uni applique déjà de façon très rigoureuse», dit-il. Londres s'inquiète en particulier d'un effet pervers induit: lier le bonus au salaire pourrait amener les banques à rehausser le second pour augmenter le premier et détourner ainsi la loi. Le Trésor britannique s'inquiète aussi d'un texte qui s'appliquerait à tous les établissements européens, même hors de l'UE, au risque de provoquer une «fuite des talents» dans des centres financiers rivaux comme New York, Hongkong ou Singapour.
Ces questions «techniques» et quelques autres doivent trouver une réponse «dans les semaines qui viennent», précise le ministre chargé de boucler le projet, l'Irlandais Michael Noonan. Mais pour Londres, il est clair que c'est une chance de sauver la face et non pas de rouvrir la négociation. Si l'on en croit le Financial Times, des banques de la City ont déjà renoncé à ce combat politique et projettent d'attaquer la future loi sous un autre angle: celui de sa conformité aux traités, et notamment l'article 153 qui soustrait les revenus et salaires aux compétences de l'UE.
Au bout du compte, l'Allemagne, qui a tout fait mardi pour garder George Osborne à bord, la France, qui semblait au contraire prête à l'isoler, et enfin le Royaume-Uni devraient se retrouver au printemps pour valider le chapitre essentiel de la loi discutée avec les eurodéputés: les nouvelles règles bancaires dites de Bâle III/CDR4, qui prévoient de renforcer dès l'an prochain le capital et la liquidité des banques.



Bruselas afirma que hay margen para subir el IVA en España



El comisario europeo de Economía, Olli Rehn. / STEFAN WERMUTH (REUTERS)
España cumple con las condiciones del rescate financiero. Pero Bruselas pide más en algunos ámbitos. La segunda revisión del programa de asistencia financiera a España (el eufemismo bruselense para el rescate a la banca) permite a la Comisión Europea insistir en las recetas para la economía española, que pese a la profunda recesión y a un paro que se acerca al 30% tiene todavía margen para eventuales subidas de impuestos: mientras el Gobierno promete rebajas para 2014 para no estrangular la más que dudosa recuperación, la Comisión aboga por subir algunos tipos reducidos del IVA y los impuestos sobre la energía.
Además, Bruselas quiere que Madrid dé un acelerón en la puesta en marcha de las reformas, algo que repite machaconamente cada vez que tiene la menor oportunidad. Eso en lo relativo a las recomendaciones. Porque también hay alguna exigencia: Bruselas insiste en reclamar al Ejecutivo más control sobre las comunidades. Ya lo venía haciendo desde hace meses, pero en el informe presentado hoy pide la puesta en marcha de la Ley de Estabilidad Presupuestaria con el objetivo de reforzar los mecanismos de alerta temprana y corrección de los planes presupuestarios de las autonomías. La Comisión Europea ata en corto desde hace meses los planes fiscales del Gobierno, con una suerte de tutela reforzada desde la petición del rescate. Y quiere que Madrid haga exactamente lo mismo con las comunidades.
A cambio de todas esas exigencias han llegado más de 40.000 millones que han conseguido —en principio— sanear la banca, pero que no han conseguido que el crédito mejore. Al contrario, se desploma: Bruselas reconoce una caída anual de los préstamos del 8% en 2012, que para las empresas es del 15,8% y para las familias del 4%. Los economistas anglosajones llaman a eso credit crunch. Y los analistas, anglosajones o no, saben que mientras continúen esas cifras de caída la recuperación de la economía es una quimera.

Además, en el marco de una evaluación muy complaciente, detecta cierta desidia en la aplicación de algunas reformas: “Los progresos en las reformas de sectores clave en productos y servicios han sido lentos”, dice la Comisión, que pone como ejemplo los servicios profesionales. También resalta el déficit de tarifa, que añade “riesgos considerables” al agujero presupuestario. Ni siquiera está del todo satisfecha con la reforma laboral: “Se observa cierta moderación salarial últimamente, lo que sugiere que la reforma podría estar empezando a tener cierto impacto”. Los salarios, según el INE, caen a tasas superiores al 8%, pero la Comisión espera una primera evaluación por parte del Gobierno de la reforma laboral a lo largo del primer trimestre. “La gravedad de la situación en el mercado laboral requiere una continua revisión del impacto de la reforma”. En ningún caso para suavizarla, lógicamente.La Comisión ha dado un mensaje muy positivo a España sobre el cumplimiento de las condiciones del rescate. Hace meses que viene diciendo que el esfuerzo fiscal de Madrid es sobresaliente, y el informe insiste en que no serán necesarios nuevos recortes en 2013. Otra cosa es 2014: Bruselas ve muy difícil cumplir con los objetivos de recorte y asegura que “no puede excluirse” una revisión de las metas de déficit, algo que se da por seguro: la única duda es si la Comisión dará dos años (como quiere el Fondo Monetario Internacional) o solo uno (por lo que se decanta el BCE y una parte de la Comisión). Aun con la revisión, en 2014 sí hará falta tirar, una vez más, de la tijera: la Comisión identifica incluso dónde. “España sigue teniendo uno de los tipos de IVA y uno de los impuestos medioambientales más bajos de la UE”. Bruselas ve “margen para limitar la aplicación de tipos reducidos del IVA y para elevar los impuestos sobre el medio ambiente, muy notablemente sobre la energía”.
A España le espera más de lo mismo en los próximos meses. Tampoco este examen difiere demasiado de los anteriores publicados por Bruselas. La receta está clara. “La situación economía sigue siendo desafiante, con un muy elevado y creciente desempleo, una contracción del PIB y niveles de deuda interna y externa que deben reducirse”. Para quienes crean que el exceso de austeridad, que se da en toda Europa a la vez y con intensidad, pueda estar causando una recesión autoinfligida, la Comisión insiste: “Pese a los significativos progresos, son imprescindibles avances sucesivos en la consolidación de las finanzas públicas —incluido un fortalecimiento de la estructura institucional— y una puesta en marcha rápida de las reformas estructurales”.

El Dow Jones recupera los niveles previos al estallido de la crisis financiera

El índice de referencia en la Bolsa de Nueva York arranca en 14.166 puntos

El parqué rebasa el récord que ostentaba desde el 9 de octubre de 2007



Un indicador de Wall Street frente al New York Stock Exchange, en Nueva York / BRENDAN MCDERMID (REUTERS)
El Dow Jones, el índice de referencia de la Bolsa de Wall Street, rebasó el nivel máximo que marcó antes de que comenzara el desplome bursátil por la crisis financiera, al arrancar la sesión en los 14.166 puntos. El índice de referencia de Wall Street superó así en la apertura la línea los 14.164 puntos, con la que cerró el 9 de octubre de 2007. El máximo alcanzado en la jornada estaba un poco más lejos, pero no mucho, en los 14.198 puntos, que también superó en los primeros minutos de cotización.

La situación ahora no es como en el otoño de 2007, cuando el mercado inmobiliario mostraba los primeros síntomas de agotamiento. Pero el repunte de Wall Street no se corresponde con la marcha de la economía real. La actividad económica avanzó en el cuarto trimestre de 2012 a una tasa anualizada del 0,1% y el estancamiento podría seguir en el arranque de 2013. Es un ritmo insuficiente para rebajar una tasa de paro próxima al 8%.Al índice de industriales neoyorquino le costó llegar hasta aquí justo cuatro años, si lo que se toma como referencia es el mínimo de marzo 2009. Desde entones dobló el valor. El Nasdaq y el S&P 500 siguieron la misma progresión y también están en zona de máximos. Por lo general, los mercado tuvieron un buen arranque de 2013, aunque también es cierto que el Dow Jones lleva unas semanas de mucha volatilidad por la incertidumbre fiscal.

El impulso del sector servicios

El Dow Jones subía un 0,75% pasada media hora de negociación en Nueva York y marcaba el nuevo máximo en los 14.233 puntos minutos antes de que se publicara el indicador de actividad en el sector servicios. Este dato ha resultado positivo: subió hasta los 56 puntos en febrero, la mejor lectura en 12 meses.
La interpretación que hagan durante la jornada los inversores del dato determinará si el índice mantiene la fuerza el resto del día y si es capaz de cerrar con un nuevo récord. El mercado, pocos minutos después de la publicación, lo recibió en positivo y el Dow Jones se colocó en 14.250 puntos, récord en el día a las 10.05 horas de Nueva York.
Aunque el Dow Jones se haya recuperado por completo del desplome del 54% que sufrió en los 18 meses después del récord, no quiere decir que los 30 integrantes del índice hayan seguido todos la misma suerte. Bank of America es el gran perdedor, al estar su cotización un 40% por debajo a la de octubre de 2007. En el caso de HP es un 32% menos y un 31% en el de Alcoa. En el lado opuesto está IBM, la gran ganadora, que vale un 88% más que antes del desplome bursátil. Le siguen McDonalds con el 38% y HomeDepot con el 36% de apreciación.

Subidas en Europa

Además de los indicadores económicos, también han alentado las compras lo que sucedía al otro del Atlántico, donde los principales parqués europeos han registrado fuertes subidas. Al frente se situó Fráncfort, con un repunte superior al 2%, mientras París avanzó un 1,7%, en la misma línea que el español Ibex 35. En las divisas, el euro ponía de su parte para animar las subidas al depreciarse hasta los 1,30 dólares.
Lo que está por ver más a largo plazo es qué pasará con los mercadoscuando la Reserva Federal empiece a desmontar la masiva estructura de estímulos monetarios a la economía, con la venta de activos de deuda y el alza de tipos de interés. El banco central de EE UU está comprando desde diciembre bonos del tesoro e hipotecarios a un ritmo de 85.000 millones de dólares al mes. El precio del dinero está entre el 0% y el 0,25% desde diciembre de 2008.
De momento, las palabras de la vicepresidenta Janet Yellen siguen dado apoyo a los inversores. Como hizo la semana pasada Ben Bernanke, dejó claro que a corto plazo la Fed no tiene intención de rebajar la intensidad del estímulo. En este momento son mayoría los miembros que apoyan esta estrategia. Pero también es cierto que hay integrantes en el banco central que hacen más vocal su oposición, por el miedo a las consecuencias.