mercredi 4 juin 2014

BCE Domani annuncera ......


Borse in stallo prima delle mosse della Bce.
Confermato il Pil dell'Eurozona: +0,2%

Domani Mario Draghi annuncerà le misure della Banca centrale europea per combattere la deflazione. Si fa strada l'intervento immediato sui tassi e un acquisto di titoli più avanti nell'anno. Intanto i mercati sono "imbambolati" in attesa delle mosse dell'Eurotower: volumi e volatilità ai minimi. Il rendimento dei Btp italiani intorno al 3% sul secondario. Italia unica grande economia con Pil negativo nel primo trimestre

MILANO - Mancano ormai meno di ventiquattro ore alla decisione della Bce di Mario Draghi su tassi di interesse e operazioni straordinarie contro la deflazione e la forza dell'euro, per rinvigorire e sostenere la ripresa del Vecchio continente. Le indicazioni giunte ieri, con l'inflazione dell'Eurozona ancora in calo allo 0,5% mensile, sembrano spingere il governatore a un'azione ormai indifferibile. Quest'ultima, secondo le ultime ricostruzioni, potrebbe anche svilupparsi in due mosse: la prima sarebbe un taglio del costo del denaro (già al minimo storico dello 0,25%) con il passaggio in negativo per i tassi di deposito, cioè facendo pagare le banche che tengono bloccata la loro liquidità presso l'Eurotower. La seconda sarebbe l'acquisto di titoli, magari in dollari (Eurobarometro).

Sta di fatto che fino a domani i mercati preferiscono il surplace, o sono "imbambolati" come dicono gli analisti di Websim: volumi scarsi e poca volatilità in attesa di capire che posizione prendere. E' più dinamico il versante politico, dove sono in discussione temi fondamentali per un Paese che vive il dramma della disoccupazione al record storico (come il decreto Irpef o la riforma del Fisco).
Anche lo spread, però, la differenza di rendimento tra Btp e Bund tedeschi, vive una fase di stallo: è stabile a quota 157 punti base, con il rendimento dei titoli decennali che sul mercato secondario si attesta al 3%.

Piazza Affari si vive una giornata cauta, con il Ftse Mib che recupera le perdite e chiude praticamente invariato (-0,16%). Deboli anche gli altri listini europei: Francoforte è invariata (+0,07%) come Parigi(-0,06%), mentre Londra arretra dello 0,26%. Tra i singoli titoli si guarda a Mediaset: domani scade il termine per le offerte per i diritti tv della Serie A, mentre dalla Spagna, Telefonica sarebbe pronta a offrire 350 milioni per il 22 di Dts (società che controlla Canal+) in mano al Biscione. Attenzione anche a Enel: il neo ad Francesco Starace ha confermato - in un'intervista a Repubblica - che il debito scenderà a 37 miliardi nel 2014. Molto debole Fiat, che sconta il tracollo dell'11% sul mercato automobilistico italiano in maggio.

Wall Street è in lieve ripresa alla chiusura dei mercati europei, con il Dow Jones a ridosso della parità, lo S&P500 in rialzo dello 0,1%, mentre il Nasdaq riesce ad aggiungere lo 0,35%. In mattinata, chiusura in rialzo frazionale per la Borsa di Tokyo. Dopo aver aperto in territorio positivo, l'indice Nikkei si è mantenuto a cavallo della parità per l'intera seduta per poi chiudere in lieve rialzo. Al termine della seduta l'indice principale si è attestato a 15.067,25 punti, con un guadagno dello 0,22% rispetto al riferimento di ieri. Segni anche negativi sulle altre Piazze asiatiche.

Sul fronte macreoconomico, in Europa spicca la conferma di Eurostat sull'andamento del Pil dell'Eurozona, cresciuto dello 0,2% nel primo trimestre, con un balzo dello 0,9% su anno. L'Ue a 28, invece, segna +0,3% e +1,4% rispetto a un anno prima. Per l'Italia si segnala l'unico andamento negativo tra le maggiori economie, con il -0,1%. Pubblicato anche l'indicatore Pmi dei servizi di maggio dell'Eurozona: è scivolato a 53,2 punti, mentre quello composito si è attestato a 53,5 a maggio, sotto la stima preliminare di Markit e anche al dato di aprile (54). Gli ultimi indici Pmi (costruiti intervistando i direttori degli aquisti delle aziende) sul settore manifatturiero avevano mostrato un ritmo di ripresa in rallentamento, anche in Germania. In Giappone, il Pmi servizi è schizzato a 49,3 punti, pur restando sotto la soglia di 50 che separa espansione e contrazione economica. Ad aprile, i prezzi alla produzione industriale sono calati nell'Eurozona dello 0,1% rispetto a marzo quando erano diminuiti dello 0,2%. Analogo andamento nella Ue: -0,1%.

Negli Usa sono stati pubblicati i dati sui posti di lavoro nel settore privato: 179.000 contro le attese degli analisti per una crescita di 210mila posti. Anche il deficit commerciale a 47,24 miliardi di dollari ha deluso le stime. Brutte notizie anche sul fronte della produttività, calata nel primo trimestre al passo più rapido degli ultimi sei anni, anche a causa dell'ondata di maltempo senza precedenti che aveva colpito il paese in quel periodo. Stando alla prima revisione del dato diffuso dal dipartimento al lavoro, l'indice ottenuto dividendo la produzione per il numero di ore lavorate è calato del 3,2%. Gli analisti attendevano un calo del 3,1%. Il costo unitario del lavoro, - il dato relativo è reso noto insieme alla produttività e rappresenta un importante termometro delle pressioni inflazionistiche, - è balzato del 5,7%, rivisto al rialzo dal +4,2% della prima stima. Il consensus attendeva un rialzo del 5,5%. Meglio delle aspettative, infine, il rilevamento sul Pmi servizi degli Usa, che a maggio sale da 55,2 a 56,3 punti.

L'euro chiude stabile a 1,37616 dollari e 139,75 yen. Poco mosso anche il cambio tra dollaro e yen, a quota 102,64. Quanto alle materie prime, quando in Europa chiudono gli scambi il petrolio con consegna a luglio, il Wti, è in rialzo al Nymex dello 0,6% a 103,3 punti. Il Dipartimento dell'Energia americano ha annunciato che nell'ultima settimana gli stock di greggio della prima economia sono scesi di 3,4 milioni di barili, mentre gli analisti avevano stimato un calo decisamente inferiore e pari a 0,2 milioni di barili. L'oroad agosto è invece stabile in area 1.245 dollari l'oncia.

(04 giugno 2014)

El oro

Oro ya no cumple con los eventos europeos
Roland Laskine |

A 1.255 dólares la onza la semana pasada , el oro apenas ha reaccionado a la subida de hostil a los partidos europeos nacionalistas integración en la última elección . La falta de reacción o acontecimientos que sacudieron el Viejo Continente son sorprendentes debido a que el mercado se ha desplazado a Asia, y los especuladores son de perfil bajo

Durante el primer trimestre , la demanda mundial de oro se mantuvo casi sin cambios en 1.074 millones de toneladas , de acuerdo con estadísticas del Consejo Mundial del Oro . La oferta también fue cambiado poco , pasando del 6 % del volumen extraído fue compensado por menor tonelaje del reciclaje. El precio estable actual del oro se debe al retorno a una situación de mercado liderado principalmente por los fundamentos. Casi la mitad de la demanda proviene de la industria de la joyería , que creció sólo un 3 % en los tres primeros meses del año , al hacer compras para uso industrial y las compras de los bancos centrales han ligeramente disminuido. El elemento más importante es la caída en el número de transacciones especulativas : las compras en una barra de metal lado cayeron en un 39 % (principalmente debido a las restricciones impuestas por el gobierno de la India ) y el otro operaciones relacionadas con las inversiones financieras, como los ETFs indexados a los precios del oro están cayendo en picado . Mientras que las ventas de derivados relacionados con metales indexado al oro todavía llevaban de 879 toneladas en 2013 , son casi a cero durante el primer trimestre.

Asia domina el mercado , Europa se ha convertido en un actor secundario

El ascenso de China en el año 2013 se convirtió en el mayor comprador del mundo , cambia significativamente la situación. Las últimas estadísticas del Consejo Mundial del Oro muestran la marginación de Europa, que ha comprado 54 toneladas de metales preciosos, en contra de 278 toneladas a 190 toneladas en el caso de China e India. Francia , que anteriormente era un jugador importante ya no es una parte insignificante , ya que sólo compramos 0,4 toneladas en los primeros tres meses del año . Esta marginación es la razón por los tribunales no han respondido a la subida del Frente Nacional en las elecciones del 25 de mayo Nuestros vecinos inmediatos son un poco más activo , con 22 toneladas compradas por los alemanes durante el tercer trimestre y casi 10 toneladas por los suizos.

La demanda china empuja los precios al alza

Si Londres sigue siendo el primer lugar para el comercio mundial, el precio del oro se encuentran ahora en Asia. El año pasado , la demanda de China creció un 32 % , alcanzando la cifra récord de 1.066 toneladas , según el World Gold Council . En 2017 , China podría adquirir cada año al menos 1.350 toneladas. Este aumento de la demanda se debe al nivel de prosperidad del país y su creciente urbanización. La parte predominante de que el mercado del oro de China explica por qué se frustraron todas las predicciones hechas por los expertos occidentales ... previsión sobre la evolución de los precios en los mercados de materias primas siguen siendo muy incierta, pero la evidencia sugiere que la demanda de oro de Asia siguen siendo fuertes . Mientras tanto , la oferta se ha estancado durante años alrededor de 3.000 toneladas por año y los costos de extracción son más y más alto . En estas condiciones, se espera que el metal amarillo a permanecer mirando a nivel mundial , lo que la amenaza de la deflación que se cierne sobre Europa.

mardi 3 juin 2014

Mercados

Disoccupazione record: vola al 13,6% nel trimestre, al 46% tra i giovani

Il tasso rilevato dall'Istat è il più alto dal 1977: sono senza lavoro quasi 3,5 milioni di persone, in aumento di oltre 200mila unità rispetto allo stesso periodo del 2013. Ad aprile è calato anche il livello di occupazione sceso di 0,2 punti percentuali al 55,4%

MILANO - La disoccupazione corre senza soste: nei primi tre mesi del 2014 ha registrato l'undicesimo trimestre consecutivi di crescita dal 2004. E così i dati del periodo, diffusi dall'Istat, sono drammatici: nei primi tre mesi dell'anno il tasso è salito fino al 13,6%, in crescita di 0,8 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. L'indicatore sale per entrambe le componenti di genere, portandosi al 12,9% per gli uomini e al 14,5% per le donne: "Stiamo strisciando sul fondo, non raccontiamoci storielle" ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.

In effetti si tratta, in base a confronti annui, di un massimo storico, ovvero del valore più alto dall'inizio delle serie trimestrali, partite nel 1977. La situazione, però, è ancora peggiore sul fronte giovanile: il tasso dei senza lavoro tra i 15 e i 24 anni è al 46%. In assoluto, i disoccupati sfiorano i 3,5 milioni, in aumento di oltre 200mila unità rispetto allo stesso periodo del 2013.

Duro il giudizio del leader Cgil, Susanna Camusso secondo cui i dati "sono molto gravi: basta ragionare di tagli, bisogna ragionare di crescita e lavoro". Ad aprile, infatti, il tasso di disoccupazione è rimasto invariato rispetto a marzo al 12,6% ed è salito su anno di 0,6 punti percentuali. Preoccupa, piuttosto, il calo del tasso di occupazione sceso di 0,2 punti percentuali ad aprile al 55,4% (-0,3 punti su anno).

La situazione più drammatica resta nel Mezzogiorno, dove
il tasso di disoccupazione vola al 21,7% e tra i giovani arriva al 60,9%: in particolare tra i 15 e i 24 anni sono 347mila i ragazzi in cerca di lavoro (il 14,5% della popolazione in questa fascia d'età).

In particolare, il numero di individui inattivi tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,6% rispetto a marzo (+81mila), ma diminuisce dello 0,6% rispetto a 12 mesi prima (-84mila). Il tasso di inattività si attesta al 36,4%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e in diminuzione di 0,1 punti su base annua.

La fotografia del mercato del lavoro allarma il governo, con il ministro competente, Giuliano Poletti, che spera nel cambio di passo: "L'obiettivo è produrre entro fine anno almeno il cambio di segno", ha sottolineato a un convegno della Fondazione Cariplo. "Teniamo conto - ha aggiunto - che parliamo degli esiti del trimestre in cui il pil italiano è sceso dello 0,1% per cui l'occupazione si è allineata a quel dato". Si è poi concentrato sulla necessità di reperire le risorse per la cassa in deroga: "Le coperture ci sono per la parte ordinaria e straordinaria, per la cassa in deroga sappiamo che c'è un problema di coperture che è derivato dalla precedente legge di Stabilità. E' un problema su cui il governo dovrà intervenire, integrando le risorse".

Eurostat. Rispetto all'Italia, l'Eurozona è in controtendenza con un lieve calo del tasso di disoccupazione che ad aprile è passato all'11,7% dall'11,8% di marzo, un anno prima era al 12%. Nella Ue è passato al 10,4% da 10,5% a marzo; un anno prima era al 10,9%. Lo rileva Eurostat sottolineando che ad aprile c'erano 25,471 milioni di disoccupati di cui 18,751 milioni nell'Eurozona: rispetto a marzo i disoccupati sono 151mila in meno nella Ue e 76mila nell'Eurozona: rispetto a un anno prima sono calati di 1,167 milioni e 487mila rispettivamente. 
(03 giugno 2014)

La Bolsa


La Bourse de Paris subit quelques prises de bénéfices



Traders are pictured at their desks at the Frankfurt stock exchange
Le CAC 40 avait déjà reculé symboliquement de 0,08 % lundi. Crédit Photo : © Pawel Kopczynski / Reuters/REUTERS
Le CAC 40 a terminé en baisse de 0,27 % mardi. Les investisseurs sont sur leurs gardes avant la réunion des gouverneurs de la Banque centrale européenne (BCE) jeudi. Ils attendent le verdict de l’institution pour prendre position.
Les places financières, reprennent leur souffle. A Paris, le CAC 40, qui a récemment grimpé à des sommets inconnus depuis près de six ans, a cédé 0,27 %, mardi à 4.503,69 points. La veille, il avait terminé pratiquement à l’équilibre reculant symboliquement de 0,08 % dans la toute dernière ligne droite.
Les autres places européennes étaient également sur la défensive. Londres a abandonné 0,41 %, Francfort 0,31 % et l’Eurostoxx 50 a terminé en baisse de 0,20 %. La Bourse de New York, qui a volé de record en record ces derniers jours était sur la même ligne: le Dow Jones reculait de 0,17 % en séance et le Nasdaq de 0,33 %.
Ces derniers temps, les marchés ont été stimulés par la perspective d’un nouveau coup de pouce de la Banque centrale européenne (BCE) pour contrer la faiblesse de l’inflation et soutenir la reprise. Cette hypothèse s’est encore renforcée mardi avec l’annonce contre toute attente d’une nouvelle baisse de l’inflation en mai dans la zone euro.

Les foncières en hausse

La BCE tient une réunion décisive jeudi 5 juin à Francfort. Et, au fur et à mesure que cette échéance approche, les investisseurs redoublent de prudence et choisissent d’empocher une part de leurs bénéfices.
À Paris, les titres qui affichent les plus beaux parcours depuis le début de l’année comme Bouygues (-1,06 %), Michelin (-0,11 %), Renault (-0,28 %) ou Total (-0,41 %) ont tiré le marché vers le bas.
A l’inverse les investisseurs se positionnaient sur les titres réputés fortement sensibles à l’orientation des politiques monétaires. Les valeurs foncières et les spécialistes de l’immobilier, structurellement emprunteurs, et donc très sensibles au niveau des taux d’intérêt, étaient ainsi particulièrement recherchées. Icade a terminé en hausse de 1,11 %, Foncière des Régions a grimpé de 1,22 % et Klepierre de 0,28 %.
Les grands exportateurs, qui ont tout à gagner d’un affaiblissement de l’euro, ont également tiré leur épingle du jeu, avec notamment le géant du luxe LVMH (+0,24 %), Saint Gobain (+0,10 %) ou L’Oréal (+0,47 %).
Le marché a également été animé par quelques opérations de fusions et acquisitions. Bureau Veritas (+0,16 %) s’est emparé de l’américain DiversiTech Inc, spécialisé dans les services d’inspection et d’audit destinés au secteur du pétrole et du gaz et Vinci (-0,06 %) s’est offert le canadien Imperial Paving, spécialisée dans la construction de routes pour les collectivités locales.

Petroleo

El oro negro de Moscú




    Planta de procesamiento de gas natural en el yacimiento de Syskonsyninskoye, en Siberia, a 300 kilómetros del lugar civilizado más cercano. Hasta aquí se llega en helicóptero. / ALFREDO CÁLIZ
    A las nueve de la mañana, los pasajeros del vuelo Moscú-Nyagan comienzan a dar cuenta de las existencias de vodka del estrecho reactor Bombardier CRJ 200 de la compañía UTair. Algunos se decantan por el whisky. La mayoría son hombres de mediana edad. Casi todos relacionados con el negocio del petróleo. La atmósfera se va espesando. En minutos, el avión se transforma en una sinfonía de ronquidos. Tardará cinco horas en recorrer los 3.000 kilómetros que separan la capital rusa del corazón de Siberia Occidental. Bajo las alas, el paisaje muta de la estepa a la taiga hasta convertirse en un tapiz de pinos, abetos, cedros y abedules; un mosaico de lagunas; cruzado por los ríos Obi y Yeniséi, y miles de sus afluentes, que se retuercen formando gigantescos meandros poblados de selvas impenetrables. Esa superficie que sobrevolamos, situada en su mayor parte bajo el nivel del mar, permanece seis meses cubierta de nieve. Su temperatura desciende a 40 grados bajo cero. En primavera, con el deshielo, los cauces fluviales, incapaces de desaguar todo su caudal hacia el mar de Kara, que permanece congelado la mayor parte del año, se desbordan, este territorio se anega y se convierte en un inmenso pantano poblado de mosquitos e imposible de cultivar. A medida que nos adentramos en Siberia Occidental, la mayor planicie del planeta, no se adivina en el horizonte ni una población, carretera o vía férrea. Solo bosques monótonos, densos y verticales, que crecen compactos hacia el cielo.
    Esta región mítica que se extiende hacia el Ártico tiene cinco veces el tamaño de España y está solo habitada por 15 millones de personas. Sin embargo, esconde en su subsuelo la mayor reserva de combustibles fósiles de Rusia y una de las más abundantes del planeta (en el caso del gas, un tercio de las reservas globales). Es también uno de los lugares donde más fácil resulta extraer el crudo. Especialmente en invierno, cuando el hielo transforma los pantanos en pistas transitables por la maquinaria pesada. De aquí han brotado a lo largo de 40 años 80.000 millones de barriles de petróleo (en todo el mundo se consumen en torno a 89 millones de barriles diarios) y una cantidad equivalente de gas natural. Tres cuartas partes de la producción de petróleo y una tercera parte del gas cruzan sin perder un minuto las fronteras de Rusia, a través de una red de 50.000 kilómetros de oleoductos (Transneft) y gasoductos (Gazprom) de titularidad pública. La mayor parte acaba en Europa, que tiene una dependencia del petróleo y del gas ruso que la Agencia Internacional de la Energía (AIE) sitúa en un 60% y que, según la citada organización ligada a la OCDE, podría llegar hasta el 80% en 2035. Entre sus mayores clientes están Alemania (un 40% del gas y petróleo que consumen los germanos, sus industrias y centrales térmicas llega de Siberia) y China . Sin olvidar los Estados vecinos a la Federación Rusa, algunos de los cuales formaron parte de la URSS (Georgia, Bielorrusia, las repúblicas bálticas o Ucrania) o del bloque soviético (Polonia, Bulgaria, Moldavia, República Checa, Eslovenia), con una asfixiante dependencia de su gas entre el 70% y el 100%.

    En Siberia hay unos 300 yacimientos, en especial en el distrito de Janty-Mansi
    Alemania satisface a Rusia una factura anual de 40.000 millones de euros por esa energía (que en gran parte circula por tuberías que cruzan el convulso territorio ucranio) y es (con diferencia) su principal socio comercial: según nos explican en Moscú, se contabilizan 6.000 empresas alemanas en Rusia frente a las escasas 200 españolas. Por su parte, China, siempre hambrienta de energía, firmó hace un año un megacontrato de suministro de crudo con la Federación Rusa por el que adelantó 200.000 millones de euros y que ya cuenta con su propio oleoducto: el Eastern Siberia Pacific Ocean, de 5.000 kilómetros, costeado por China y que también abastece a Japón y Corea del Sur. El desarrollo económico de todas esas potencias está unido indisolublemente a esta región perdida que sobrevolamos en dirección a la cuenca del Obi, al distrito de Janty-Mansi. No así el de España, uno de los países de la UE menos expuestos a la importación de petróleo y gas ruso, con una escasa dependencia del 16%, que adquiere el 44% de su gas natural en el Magreb y cuyo territorio puede servir de puente para que el gas norteafricano alcance el centro de Europa y aliviar así las necesidades de los Estados europeos más dependientes de la energía rusa y de sus presiones políticas.
    Siberia, aquel destino maldito de los disidentes al estalinismo; el escenario del gulag, la siniestra red de campos de trabajo de la Unión Soviética, es desde hace cuatro décadas una compleja estructura de bombear petróleo. Va al límite. Llega a producir más que Arabia Saudí, Irán, Irak o Estados Unidos (que cuentan con reservas probadas más abundantes). En Rusia, la clave siempre ha sido extraer más, marcar récords, aun a costa de dejar de lado los yacimientos medianos para esquilmar los campos más grandes de esta zona del mundo, los gigantescos Priobskoye o Samotlor, que, debido a esa estrategia, ya están llegando al final de su vida útil. La prosperidad, el presente y el futuro de Rusia, su estabilidad y su papel de superpotencia mundial dependen de que esa maquinaria no se detenga. Y cumpla los planes y objetivos de lo que algunos analistas denominan “capitalismo de Estado”: el sistema político a mitad de camino del mercado y la planificación central que gobierna Rusia desde 2000, especialmente en temas energéticos. La consigna de su artífice, el presidente Vladímir Putin (el mayor estratega del petróleo de la historia de su país y cuyos ministros y presidentes de las empresas del sector se intercambian sus puestos, a través de una descarada puerta giratoria, empezando por Dmitri Medvédev, que pasó de presidir Gaz­prom a presidir la Federación Rusa), es clara: para que Rusia se mantenga en la cresta de la ola de la prosperidad y para ser respetados en el concierto internacional, los rusos están obligados a producir 10 millones de barriles diarios. Sea como sea. Un objetivo que cada ejercicio es más difícil de conseguir: los viejos yacimientos siberianos se están agotando, un declive que es evidente si retrocedemos hasta 1988, durante la agonía de la URSS, cuando se bombeaban 12 millones de barriles diarios (tres más que Estados Unidos) para dar de comer al pueblo, evitar un estallido popular y mantener alta la moral del sistema.


    Priobye, en las orillas del río Obi, es el lugar más cercano a los yacimientos SK. / ALFREDO CÁLIZ
    Hoy, en Rusia, al igual que en toda la industria global, es cada vez más caro, difícil y sucio conseguir petróleo; hay que invertir más en exploración y tecnología; ir más lejos, a territorios extremos, perforar más hondo. Enfrentarse a las aguas profundas y heladas del Ártico y rebañar yacimientos ya explotados y abandonados a mitad de producción, que aún contienen millones de barriles y hoy es posible recuperar mediante prácticas tan agresivas medioambientalmente comola “fractura hidráulica”: el fracking. Esa suma de elementos y las consiguientes inversiones y alianzas internacionales han convertido a Brasil y Noruega (que carecen del siglo de tradición petrolera de Rusia), en solo dos décadas, en potencias petroleras al frente de dos multinacionales muy eficientes y extendidas por el mundo, en las que, curiosamente, el Estado posee dos tercios de las acciones: Petrobras y Statoil. Y devuelto a Estados Unidos un papel crucial como gran productor de petróleo. Distintos centros de prospectiva auguran que en 2017 se convertirá en el primer productor mundial debido al fracking que se está llevando a cabo en sus viejos yacimientos de Dakota del Norte. Las mismas fuentes aseguran que Estados Unidos será autosuficiente en 2035, lo que puede mantenerle más tiempo de lo previsto como potencia hegemónica frente a China, la eterna aspirante a esa corona. Esa resurrección de Estados Unidos como líder mundial supone un quebradero de cabeza añadido en estas tierras rusas. ¿Ganarán también los americanos la guerra del petróleo?
    Por el contrario, Rusia, con su visión cortoplacista del negocio, no ha dado ningún paso adelante organizativo ni tecnológico durante la última década en el sector del petróleo. Se ha limitado a bombear. Los teóricos del sector dicen que a ese ritmo despiadado, y con las viejas prácticas de perforación y producción heredadas de la URSS (que maltratan los yacimientos y desperdician parte de su contenido), será difícil que Rusia supere en 2020 los ocho millones de barriles diarios. Para el observador pueden parecer muchos; el doble de los que salen de los yacimientos de Irán, China o Venezuela. Pero cuando el precio del barril se sitúa en 110 dólares (en 2002 cotizaba a 20), producir dos millones menos de barriles supone dejar de ingresar miles de millones en impuestos y royalties; la paz social del país se resiente; y, por supuesto, el orgullo nacional.

    El 80% de los recursos energéticos de rusia está en manos del estado
    El subsuelo de Siberia Occidental está horadado como un queso gruyère. Así se refleja en los mapas confidenciales del sector, que representan en color verde los campos de petróleo y en rojo los de gas; son unos 300 bloques con una superficie de 600 kilómetros cuadrados cada uno, que se extienden como manchas de aceite por toda la región, especialmente en el distrito de Janty-Mansi, adonde nos dirigimos, donde un 90% de sus ingresos procede del petróleo. En cada uno de esos enormes cuadrados perfectos de 25 por 25 kilómetros se trabaja a toda velocidad. Están obligados a lanzar cada día al mercado tres millones de barriles para el consumo interno del país y siete millones al global, al margen de la producción de gas, a través de dos mastodónticos consorcios públicos: Rosneft y Gaz­prom. Tras la renacionalización del sector que efectuó por decreto Putin en la década de 2000, y de enviar a la cárcel durante 10 años y despojarle de su imperio al oligarca Mijaíl Jodorkovski, su rival político y propietario de la superpetrolera Yukos (y a un dorado exilio londinense a sus ricos compañeros de viaje de la industria petrolera privada rusa nacida del expolio a las arcas del Estado de la URSS en los primeros noventa), el 80% de los recursos energéticos de Rusia está hoy en manos del Estado; también las tuberías que los transportan, la fijación de los cupos de exportación, el monopolio de la concesión de licencias de exploración y producción y, por supuesto, la distribución doméstica del gas. Los impuestos a la exportación gravan en torno al 75% del precio del barril de Siberia. El petróleo es el elemento básico del futuro de Rusia. De su estabilidad y, en consecuencia, de la de todo el planeta. Como explica el politólogo Thane Gustafson, profesor de la Universidad de Georgetown, en su monumental estudio Wheel of fortune: The battle for oil and power in Russia: “Para Putin, el mercado no puede controlar un tema tan vital para Rusia como es la energía. Según él, la primera obligación de las compañías petroleras en Rusia es con el Estado; después, con el presupuesto del Estado, y solo al final, con los accionistas”.
    Es el tesoro del Kremlin. La herencia de la extinta Unión Soviética. Solo hay que contemplar el grandioso cuartel general de Rosneft (la gigantesca petrolera pública rusa engordada con los restos de Yukos), situado en un palacio zarista frente a la Plaza Roja: el despacho de Putin y el de Igor Sechin, su hombre en Rosneft (y antiguo mano derecha al frente de la maquinaria de la presidencia de la Federación), están frente a frente, solo les separa el río Moscova. Ese petróleo es para unos rusos una bendición celestial; para otros, por el contrario, una maldición, debido a la adicción que esas rentas provocan en la economía del país; unos ingresos asentados sobre las arenas movedizas del paulatino agotamiento del crudo y la volatilidad de los precios en los mercados internacionales, que sumen en un confortable inmovilismo y somnolencia a la nación. En 2008, al comienzo de la gran recesión mundial, cuando la cotización del petróleo descendió hasta los 60 dólares, el déficit público de la Federación Rusa se disparó hasta el 7,8%. Por contra, con cada dólar que sube el barril, su PIB se eleva un 0,35%.


    Un hombre de negocios ruso, en el restaurante La Caverna del Oso, el más elegante de Nyagan. / ALFREDO CÁLIZ
    Producción intensiva. Siempre ha sido así el negocio de las materias primas en Rusia. Los beneficios nunca se reinvirtieron en el sector, sino que fueron a apagar incendios en otros rincones de la economía del país.De ecología, mejor no hablar. Esa fue la tónica en la URSS y lo ha seguido siendo en la Federación Rusa. Una estrategia de tierra quemada; pan para hoy y hambre para mañana. Mientras, seguir bombeando. Afortunadamente para los rusos y sus sueños de grandeza, los gurús del sector son optimistas: el precio del barril seguirá cotizando por encima de los 100 dólares. Cimientan esa afirmación en tres convicciones: la creciente necesidad de energía de las potencias emergentes (en especial China e India), el continuo encarecimiento de la exploración y producción de hidrocarburos y la perpetua inestabilidad en Oriente Próximo, con Irán y el golfo Pérsico como vértices. Todos esos factores favorecerán la demanda de petróleo sobre la oferta en los próximos años y mantendrán el barril por las nubes.
    El antídoto contra esa adicción de Rusia a sus materias primas es difícil de conseguir. El petróleo y el gas suponen el 35% de su PIB; el 50% de los ingresos del presupuesto federal; más del 60% de sus exportaciones; el 60% de su actividad industrial. El sector petrolero y gasístico provee al país 1.700.000 empleos, de los que 400.000 corresponden a Gazprom. Los beneficios derivados del petróleo y el gas nutren dos fondos soberanos (uno equilibra el presupuesto federal y el otro asegura la sostenibilidad del sistema de pensiones), dotados con 180.000 millones de euros. El oro negro mantiene el déficit del Estado en un 1% y su deuda en un 13% (la de España roza el 100%), relativamente contenida la inflación, el saldo comercial con superávit y las arcas públicas rebosantes de divisas.
    En el ámbito de la calle, el petróleo es el gran responsable de la estabilidad del país desde 2000; su PIB se ha multiplicado por 10 desde 2002, y los ingresos de los ciudadanos, por 3. El petróleo es la causa del fortalecimiento de una clase media que ya abarca a la mitad de la población. Y favorece que Putin gobierne a sus anchas, sin dar explicaciones. Una frase más o menos apócrifa corre en Rusia sobre su estilo presidencial: “A mis amigos, todo; a mis enemigos, todo el peso de la ley”.

    Es la segunda parte de la guerra fría, pero con petróleo en vez de armas, explica un diplomático occidental en moscú
    Según un diplomático occidental al que visitamos en Moscú antes de viajar a Siberia, “el sector petrolero es el salvavidas de Rusia; a nivel público, es su principal fuente de ingresos y el motor del desarrollo económico; a nivel privado, subsidia la luz, la calefacción y el agua caliente de los ciudadanos (los consumidores rusos pagan el gas por debajo de su precio de producción); y a nivel internacional, le otorga una enorme influencia en el tablero estratégico. Rusia ha recuperado el papel que perdió con el derrumbe de la URSS gracias al precio del petróleo. Se vuelve a hablar de la Gran Rusia y se permiten aventuras como la de Crimea, y eso es la consecuencia de su papel como gran exportador y de la dependencia que tienen en Oriente y Occidente de su energía, sobre todo en la Unión Europea. Esto es como la segunda parte de la guerra fría, pero sin armas, solo con barriles de petróleo”.
    El jefe de la Oficina Comercial de la Embajada española en Moscú, el economista del Estado Luis Alberto Cacho, coincide con esa reflexión, pero aporta una señal de alarma hacia ese equilibrio precario: “El problema es que los ingentes ingresos del petróleo provocan que no se avance en una diversificación del modelo productivo. Y en estos momentos el país se enfrenta a un escenario de costes crecientes y rendimientos menguantes en la industria petrolera. El modelo debe revisarse, dando entrada a nuevos actores, empresas extranjeras (sobre todo en el Ártico, que debe tomar el relevo de Siberia como gran yacimiento ruso) que aporten tecnología y enseñen a los rusos las modernas técnicas del offshore (la producción en los lechos marinos), la extracción de petróleos no convencionales, la fabricación de productos refinados con mayor valor añadido y, sobre todo, la incorporación de estándares de seguridad, detección de escapes y respeto por el medio ambiente de los que la industria del petróleo rusa ha estado ausente desde la autarquía soviética”.
    La última reflexión la realiza el economista Vladímir Konovalov, director ejecutivo del Petroleum Advisory Forum, con sede en Moscú: “Tenemos que empezar a entender en Rusia el sector del petróleo como una fuente de conocimiento, innovación y tecnología que tire de toda la industria, y no como una vaca que te limitas a ordeñar para financiar las alegrías del Estado. Las empresas públicas rusas del petróleo (es decir, las grandes) deben ser más eficientes, y eso supone que nos abramos a la competencia y se controle la corrupción. En Estados Unidos, la revolución del nuevo petróleo, la recuperación de los pozos maduros, la han emprendido empresas medianas que se han aliado con las majors; el renacimientoamericano es una obra de la iniciativa privada. Y esas empresas ya cuentan en su conjunto con más de la mitad de la producción de petróleo en EE UU y están en cabeza de la innovación. Debemos tomar nota, abrirles las puertas y no machacarles a impuestos. En Rusia ya se ha empezado a notar esa nueva manera de ver las cosas con un acuerdo de 450.000 millones de euros entre la major americana Exxon (la primera mundial) y Rosneft (la primera rusa) para explorar el Ártico. A cambio, Rosneft ha entrado en Estados Unidos y va a aprender mucho”.

    Vladímir Konovalov, economista: Tenemos que empezar a entender en rusia el sector del petróleo como una fuente de innovación que tire de la economía
    Uno de los escasos actores extranjerosque ha logrado penetrar en el opaco sector del petróleo ruso (cerrado durante el comunismo y hoy solo entreabierto) es Repsol, la multinacional española de la energía, que empezó a introducirse en Rusia en 2006. Partiendo de cero. Como una apuesta estratégica de la compañía. Lo explica su responsable en Rusia, el ingeniero Fernando Martínez Fresneda: “Aterricé solo, sin contactos, con una habitación de hotel como oficina y una tarjeta de crédito. No hablaba el idioma ni conocía el sistema. Aquí todo es diferente, la Administración, la legislación, los protocolos. Teníamos todo por hacer. Lo primero, formar un equipo; ya tenemos gente muy joven rusa bien formada y con idiomas y mentalidad occidental, y también técnicos que provienen de la era soviética. Y hemos entrado en el país líder mundial del gas y el petróleo”.
    –¿Qué podía ofrecer Repsol a los rusos?
    –Nuestra tecnología; sobre todo en la detección de yacimientos, a través de nuestros avanzados sistemas de procesamiento de datos sísmicos. Y la experiencia de haber explorado y producido petróleo en aguas profundas de Brasil y el golfo de México, y en otro tipo de yacimientos en Libia, Perú, Venezuela, Alaska y Bolivia. Teníamos un prestigio y un tamaño que nos convertía en un buen socio tecnológico. Podíamos aportar nuestros estándares de seguridad y responsabilidad social en temas ambientales. Comenzamos a movernos, a tejer alianzas, a comprar activos, a crearnos un nombre. Así llegamos al acuerdo de 2011 con Alliance Oil Company, una petrolera propiedad de los Bazhaew, una riquísima familia chechena aliada del presidente Putin. Para entrar aquí en el negocio solo puedes hacerlo de la mano de una de sus compañías. Con Alliance hemos creado AROG, una sociedad conjunta con activos por valor de 800 millones de euros y que produce 25.000 barriles diarios. A partir de ahí queremos estar presentes en toda la aventura del Ártico, donde menos del 10% del territorio está explorado.
    Junto a los técnicos (rusos) de Repsol, un ingeniero, Alexander, y una economista, Alena, viajaremos hasta Siberia; nos vamos a sumergir a su lado en los yacimientos más recónditos de la compañía española en Rusia (que ya cuenta en el territorio de la Federación con 27 bloques de petróleo y gas; desde Siberia hasta los Urales y el Ártico). Nyagan será nuestra puerta de entrada en Siberia Occidental. Aquí termina la civilización. Más allá, a 300 kilómetros en helicóptero, está el campo de gas Syskonsyninskoye (SK), en el mismo corazón de ninguna parte.
    Nyagan tiene 50.000 habitantes y es ciudad solo desde 1985, gracias a la fiebre del oro negro. Antes no tenía nombre ni personalidad jurídica; era lo que en la URSS denominaban “una aldea de trabajo”: un pequeño asentamiento maderero creado a finales de los cuarenta que sirvió como lugar de confinamiento para los presos del gulag que, tras cumplir sus penas, eran obligados a vivir en Siberia a perpetuidad. Algunas viejas isbas (primitivas casas de madera construidas a golpe de hacha) en los márgenes de la población son los últimos vestigios de la era estalinista. Están habitadas por ancianos que llegaron a trabajar aquí en los sesenta. Su interior es mísero, sin apenas muebles; la única decoración son raídas alfombras en los suelos y las paredes. El calor es sofocante. A todas ellas llega por grandes tuberías el agua caliente cortesía de Gazprom. Muy cerca, un olvidado monumento de estilo realismo social, rodeado de barro y sembrado de héroes y banderas rojas, recuerda a los caídos en la Gran Guerra Patria: la II Guerra Mundial.


    Nyagan no fue reconocida como ciudad por la URSS hasta 1985. / ALFREDO CÁLIZ
    A medida que uno se aleja del centro de Nyagan, todo se vuelve más inhóspito. Las callejuelas, sin asfaltar y anegadas de sucios charcos; los bloques soviéticos de los setenta, inquietantes y destartalados. No hay gente por las calles, ni bares ni restaurantes, aunque sí una solemne catedral ortodoxa frecuentada por octogenarias con la cabeza y el rostro cubiertos. En algunos edificios de la era soviética, que en su proyecto inicial carecían de locales comerciales (no había nada que vender), se han adosado a sus fachadas unas baratas estructuras de cristal y pvc que albergan pequeños supermercados. No se divisa ni un policía. Hay coches decrépitos del comunismo y carísimos todoterrenos alemanes.
    El orgullo de la ciudad es la avenida de Lenin, la arteria central, en cuyos márgenes han surgido un parque público, presidido por una estatua de San Jorge, y varios edificios modernos de apartamentos; entre ellos, el centro comercial Oasis Plaza, en cuyo interior se encuentra el único Burger King en mil kilómetros a la redonda y una tienda femenina de moda bautizada Zarina. Todo proyecta cierta imagen de precariedad. “El concepto de calidad no existía en la URSS y sigue siendo algo extraño a la cultura industrial rusa”, me explicó un diplomático occidental. “Los soviéticos eran capaces de fabricar un submarino nuclear, pero eran unos negados cuando tenían que diseñar algo que hiciera la vida más cómoda y agradable. Y así siguen”.
    Los precios de los servicios de la ciudad se han disparado al rebufo de la expansión de la industria del petróleo y de los profesionales extranjeros del sector que recalan aquí y pagan en dólares y euros. Una celda monacal en el cochambroso hotel Sobol, donde nada funciona y es mejor no internarse en el baño, cuesta 115 euros. Una cena a base de chuletón congelado y cerveza nacional en el restaurante La Caverna del Oso, decorado con un estilo limítrofe con el castillo de Drácula, rodeado de aspirantes a oligarcas y profesionales americanos de la industria del petróleo, no baja de los 70 euros. Después, algunos enfilan en dirección al único prostíbulo de la localidad.
    Tras pasar muchas horas entre la tundra y la taiga con los ingenieros y geólogos rusos que gestionan los yacimientos petrolíferos de Repsol se aprenden tres cosas. La primera, el orgullo que les producen los logros académicos y científicos de su país. No se sienten ciudadanos de un Estado derrotado, tercermundista ni emergente; ni un petroestado que sobrevive gracias a las materias primas, sino de un Estado europeo rebosante de historia, cultura y con una sólida base industrial. “Aquí no se cayó el telón de acero, lo levantamos”, explica uno de ellos. “Sin ayuda de nadie, hicimos más tanques que Hitler, desarrollamos nuestra bomba atómica, mandamos al hombre al espacio y nos convertimos en los primeros productores de petróleo del mundo sin importar ni un tornillo de Occidente. ¿Sabe qué es lo que más exportamos en Rusia además de petróleo y gas?

    Aquí no se cayó el telón de acero, lo levantamos, explica un operario de estos yacimientos petrolíferos
    –Ni idea. ¿Carbón?
    –Premios Nobel.
    Esa es la segunda lección que nos dan los rusos, les encantan los chistes y chascarrillos, y si son sobre rusos y política, mejor. La tercera lección es que cuando se ingiere vodka a su lado, ellos marcan el ritmo y la cantidad. Son los nativos. Cuando dicen hasta aquí hemos llegado, hasta aquí hemos llegado.
    Para alcanzar el yacimiento Syskonsyninskoye (SK) hay que viajar durante una hora por una excelente carretera que corta la taiga desde Nyagan hasta otra población nacida del petróleo, Priobye, de 7.000 habitantes: un villorrio en la orilla del Obi (en esta zona alcanza más de 500 metros de anchura) que se ha convertido en un gran centro logístico de la industria petrolera en esta región. De aquí zarpan las gabarras con capacidad para 500 toneladas de material que surten a los yacimientos en los meses del deshielo, y de aquí se parte también en helicóptero en dirección a los yacimientos SK.
    El helipuerto es una caseta de madera con una máquina de café y un retrete con taza turca en mitad de un polvoriento descampado. Un técnico de la empresa petrolera estadounidense Halliburton se encarga de advertirnos de que viajar en helicóptero en Siberia es una actividad de alto riesgo: “Todos los años se cae uno”. También nos informa de que el viejo Mi-8, de fabricación rusa y capacidad para 20 personas, es “material de desecho del ejército”. El baqueteado aparato va cargado hasta los topes de alimentos, agua y piezas de recambio; los pasajeros, en su mayoría jóvenes ucranios y tártaros de rostro curtido y ropa de trabajo, van a relevar a sus compañeros. Estos hombres del petróleo (en Rusia les denominan neftyanik) trabajan 12 horas diarias durante 28 días y libran otros 28. Son tipos duros que no abren la boca durante el par de horas del vuelo. La mayoría dormita. “Desde que te montas en el helicóptero solo te planteas trabajar y dormir y que el tiempo corra”. Su sueldo oscila entre los 1.000 y los 1.800 euros al mes.
    A 300 kilómetros de la civilización, el asentamiento que alberga los pozos de Syskonsyninskoye proyecta una desolación infinita. El suelo y el cielo se confunden: son del mismo tono frío y gris. El aire es áspero como una lija; hace daño. El conjunto, que se extiende a lo largo de 600 kilómetros cuadrados, ofrece un aspecto absurdo e irreal, como una cicatriz en plena taiga. Se han talado bosques y cubierto el terreno de arena para proporcionarle solidez y contrarrestar el avance de la ciénaga. Todo está sembrado de válvulas y tuberías. Es la imagen básica de este negocio. En invierno, la altura de la nieve alcanza aquí dos metros; con el deshielo, el paisaje se vuelve más triste. El conjunto SK, capitaneado por Repsol, está formado por 11 pozos de extracción (5 en explotación y 6 en construcción), una planta de procesamiento del gas (donde se le separa del agua y otras sustancias y se homogeneiza para su consumo), una planta de almacenamiento y un gasoducto de cinco kilómetros que conecta con la red de Gazprom, que se encargará de distribuirlo por el país y lanzarlo al exterior.
    Junto a la planta, iluminada día y noche por una enorme antorcha de gas, está el campamento: media docena de contenedores donde viven los 40 trabajadores. Uno cumple las funciones de baño; otro, de comedor. No hay más. Al frente de la cocina están las dos únicas mujeres. No paran de bromear. Hay siete turnos para almorzar. La comida de hoy es sopa de patata y empanada de carne. Café o té. El alcohol está prohibido.
    A bordo de un viejo microbús 4×4 recorremos los 12 kilómetros que separan la planta del pozo número 4, donde se perfora desde hace dos semanas. El gas está a solo 220 metros bajo nuestros pies. La rudimentaria torre de perforación está a cargo de una cuadrilla de ucranios. Son tipos rudos con años de experiencia en los yacimientos de toda la antigua URSS. Están empapados de barro y grasa. En estos pozos se trabaja 24 horas al día. De noche, bajo los focos, el campo adquiere un aire fantasmal. Es un trabajo duro y sucio; gélido en invierno y sofocante en verano; se perfora con la misma técnica que hace 50 años. Uno de losneftyanik, el driller, dirige la operación; detiene y acelera la perforación con una antediluviana palanca de freno. A continuación se van introduciendo los tubos en el pozo hasta el yacimiento. Otro operario los dirige con precisión al orificio colgado de un arnés a 20 metros de altura; es el monkey, una especie de trapecista de la industria del petróleo. La estrategia, la economía y la influencia mundial en torno al gas y el petróleo descansan al final en las manos de estos trabajadores imperturbables con el rostro tiznado de polvo, cieno y grasa. Cuando abandonamos el pozo, no nos dirigen ni una mirada. Son muy orgullosos. Ellos son los héroes del petróleo.

    BCE

    El BCE bajará tipos y dará liquidez a la banca para que abra el grifo del crédito

    La Comisión Europea considera que sería irresponsable aplazar más las decisiones



    Mario Draghi, presidente del Banco Central Europeo / INTS KALNINS (REUTERS)

    Habrá rebaja de tipos de interés. Y habrá medidas de liquidez para los bancos vinculadas a la concesión de créditos. El Banco Central Europeo (BCE) anunciará el jueves, según las fuentes consultadas, una bajada del precio oficial del dinero hasta el mínimo histórico y se convertirá en el primero de los grandes bancos centrales del mundo en cobrar a las entidades financieras por dejar su dinero en la ventanilla de Fráncfort. El jefe del Eurobanco, Mario Draghi, avanzó en mayo que no aplazará más la activación de un paquete de medidas, tras más de medio año de vanas promesas y con un panorama cada vez más japonés: la inflación ha caído al 0,7%, lejos del objetivo del 2%; el crédito sigue cayendo, y el euro está fortísimo y complica una salida de la crisis decepcionante y lenta. Con esos riesgos en el horizonte, y como complemento del recorte de tipos —que tiene un efecto muy limitado tan cerca ya del 0%—, el BCE tiene listas también nuevas medidas de liquidez para la banca, vinculadas a que las entidades abran de una vez el grifo del crédito, según las fuentes consultadas en Fráncfort y en dos de los grandes bancos centrales nacionales.
    Dejará para más adelante la compra de activos al estilo de la Reserva Federal

    Después de pregonar centenares de veces que está listo para actuar, a Draghi apenas le quedan cartuchos verbales en la recámara. Su credibilidad está en juego. Debe convencer a los más escépticos de que, esta vez sí, va a apretar el gatillo, y de que una vez lo haga sus armas tendrán suficiente potencia de fuego como para evitar que la inflación se enquiste en niveles demasiado bajos durante demasiado tiempo. La semana pasada volvió a lanzar el mensaje de que disparará en junio. Fue en Sintra (Portugal), en el marco de una serie de conferencias que el Eurobanco organizó al estilo de las de la Reserva Federal en Jackson Hole, en las montañas de Wyoming. Allí, Draghi alertó sobre “una espiral negativa de baja inflación y expectativas cada vez peores”, y de la “debilidad del crédito, que contribuye a la fragilidad de la recuperación y añade tensión desinflacionista”.
    No será sencillo. No es fácil tirar hacia arriba de los precios, debilitar el euro y desatascar el crédito de una tacada, y menos en un entorno de crecimiento cero y con los bancos, las familias y los Estados endeudados hasta las cejas. La clave es el tempo y el grado de efectividad de las balas que le quedan al italiano en la recámara. En cuanto a la secuencia, según las fuentes consultadas, el BCE podría aprobar el jueves una tríada de medidas, e incluso preanunciar las compras de créditos titulizados a pymes para 2015. Dejará así para más adelante, y solo si las cosas se tuercen, el botón nuclear: las compras de activos a la americana, el denominado quantitative easing. No hay mayoría en el consejo del BCE para dar ese paso. “Para que eso ocurriera, sería necesario que la coyuntura económica y las expectativas de inflación evolucionaran mucho peor”, señaló en mayo el economista jefe del BCE, Peter Praet. El jefe del Bundesbank, Jens Weidmann, se opone con fiereza a esa opción, que se debatió en una reunión hace unos días en Fráncfort previa al consejo de junio.

    Fuente: Thomson Reuters Datastream. / EL PAÍS
    La primera medida que anunciará el jueves es la más obvia: reducir los tipos de interés oficiales —que llevan ocho meses en el mínimo histórico del 0,25%— y dejarlos más cerca aún del 0%. Se trata de una decisión con un efecto más simbólico que real. Pero iría acompañada de una segunda rebaja de más calado: la imposición de tipos de interés ligeramente negativos (en torno al -0,1%) a los depósitos de las entidades en el BCE. Con ese castigo, Draghi quiere incentivar a la banca a que financie negocios rentables, ante la constatación de que el crédito no acaba de fluir desde un sistema financiero que lleva un lustro en el taller de reparaciones. Acusado de ser demasiado conservador, el BCE sería el primero entre los grandes bancos centrales en dar ese paso. Aunque en Fráncfort la banca solo deja ya 20.000 millones, que volarán tan pronto como se anuncie la tasa negativa.
    La tercera medida es la más ambiciosa, la que el BCE guarda bajo siete llaves y la que sí puede ayudar más a desatascar el crédito. Draghi planea una línea de liquidez a largo plazo a las entidades financieras —una nueva barra libre, como las dos que activó a finales de 2011—, a plazo fijo: un mínimo de dos y un máximo de cuatro años, según las fuentes consultadas. En esta ocasión, señalan fuentes del Bundesbank, estaría condicionada a que los bancos que acudan a Fráncfort dediquen ese dinero a dar préstamos, al estilo de lo que hizo en su día el Banco de Inglaterra. La efectividad de esa condición es dudosa, a la vista de lo sucedido en Reino Unido. Pero el mensaje al mercado sería rotundo.
    Más allá de su alcance, la importancia de ese paquete radica en que permitirá calibrar los apoyos de Draghi, que cuenta ya, según fuentes financieras, con el respaldo del Bundesbank, guardián de las esencias ortodoxas de la política monetaria. Los alemanes consideran que la contención de los precios en el sur, que en algunos casos bordea la deflación, forma parte del ajuste imprescindible. El problema es que los precios apenas crecen en Alemania, y eso dificulta todo el proceso: por eso en esta ocasión el Bundesbank no votará en contra de medidas no convencionales. Se trata de un sí poco entusiasta, pero de un sí al fin y al cabo.
    Alemania no frenará las medidas, pese a que no considera que haya problemas de deflación en el sur de Europa

    La presión arrecia. El G-20 el FMI y la Comisión reclaman a Draghi que pase a la acción y se deje de buenas palabras. Los planes de Fráncfort eran confiar en que la recuperación pusiera paulatinamente las cosas en su sitio para no hacer nada hasta otoño: hasta que estén listos los resultados de los exámenes a la banca, su gran obsesión este año. Pero los datos se han ido torciendo. La evolución del crédito es mala, los indicadores de liquidez se acercan a zona de peligro, la inflación es preocupante y los resultados de las elecciones europeas, con el ascenso de los partidos radicales, activan las alarmas políticas.
    “La probabilidad de deflación podrá ser mayor o menor, pero estamos en zona de riesgo y sería irresponsable aplazar más las decisiones”, señala una alta fuente de la Comisión. En la misma línea van los analistas. “Se puede dar por hecho que habrá rebajas de tipos y liquidez para la banca a cambio de préstamos”, dice Guntram Wolf, de Bruegel. Daniel Gros, del CEPS, ve menos claro algún tipo de pre anuncio sobre las compras de paquetes de préstamos a pymes (los denominados ABS) a partir de 2015: “Ese mercado es aún limitado; debe haber cambios regulatorios y una señal del BCE para que el sistema financiero lo desarrolle”. Francesco Papadia, ex directivo del Euro banco, añade que el plan de Draghi está cantado, pero el diablo está en los detalles. “Lo esencial son los matices de la barra libre de liquidez a cambio de que la banca dé crédito. Si además Draghi logra apoyo para anunciar compras de paquetes de crédito a las pymes, eso ayudaría a relajar el euro”, afirma. Y ese es el primer objetivo a la corta: tirar a la baja del euro.